Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
26 GENNAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 9:01
Nell’anno in cui la crescita economica è dichiaratamente in cima alle sue preoccupazioni, per Giorgia Meloni il Pnrr resta un’àncora di salvezza: senza i miliardi del piano che scade il prossimo 31 agosto l’Italia sarebbe in recessione. Ma, al netto dell’impatto immediato sul pil, dietro le rivendicazioni della premier sulla Penisola “capofila in Europa nell’attuazione” c’è una realtà fatta di investimenti andati a rilento che hanno reso necessarie ben sei revisioni degli obiettivi. In alcuni casi riducendo le ambizioni, in altri rinviando il completamento degli interventi ai prossimi anni attraverso il ricorso a strumenti finanziari gestiti da altri: basta trasferire i fondi e assicurarsi che la concessione dei contributi ai beneficiari finali sia definita entro agosto per poter poi spendere i soldi fino al 2029. Crepe che a una lettura attenta emergono anche dall’ultima relazione del governo al Parlamento, la settima, pubblicata a metà gennaio. Da cui emerge che, in attesa del nuovo decreto Pnrr che secondo il ministro il ministro per gli Affari europei e il Pnrr Tommaso Foti dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri questa settimana, lo stato di avanzamento medio del piano dal punto di vista della spesa effettiva si ferma al 58,4%. Quota tra l’altro gonfiata dal fatto che le tabelle depurano le cifre complessive assegnate alle amministrazioni dalle risorse poi spostate in facility gestite da soggetti come Cdp o Invitalia.






