Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 8:03
I quasi 200 miliardi (di cui 72 a fondo perduto) in arrivo dalla Ue per il Piano nazionale di ripresa e resilienza uniti alle riforme che avrebbero dovuto eliminare le zavorre responsabili di affossare la crescita italiana sono serviti a ben poco. A confermarlo non sono solo gli organismi internazionali che nelle ultime settimane hanno rivisto al ribasso le stime sul prodotto interno lordo della Penisola, ma lo stesso governo Meloni nel Documento di finanza pubblica ora all’esame delle commissioni parlamentari. Il tema, come sa bene l’inquilina di Palazzo Chigi, è ben più cruciale rispetto al dibattito tutto politico sul deficit/pil rimasto sopra il 3%. E non vale la consolante spiegazione che tutto dipenda dalla guerra in Medio Oriente scatenata da Usa e Israele: l’Italia è tornata già l’anno scorso, ben prima dell’escalation, fanalino di coda nelle classifiche che stimano l’andamento del pil nell’Eurozona fino al 2028. Classifiche che pure tengono conto del fatto che una parte importante delle risorse europee del Pnrr (in scadenza quest’estate) deve ancora essere spesa causa ritardi nella messa a terra.
Il Dfp, che pure per far tornare i conti ipotizza nello scenario base una crescita dello 0,6%, come sempre asfittica ma ben lontana dagli scenari di grave crisi evocati dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per giustificare la richiesta di sospensione del Patto di stabilità, mette nero su bianco che il problema atavico della bassa produttività non solo non è in via di risoluzione, ma va peggiorando. La produttività, come ricorda l’Istat nei suoi periodici aggiornamenti sul tema, “misura l’efficienza dell’impiego nel processo di produzione dei fattori primari, lavoro e capitale, ed è considerata un indicatore chiave di crescita economica e competitività“. Quella totale dei fattori dice con quanta efficacia “gli input primari sono utilizzati nel processo di produzione”. Non è una funzione di “quanto” si lavora e non è responsabilità dei lavoratori, perché dipende dalle dotazioni tecnologiche che hanno a disposizione e dall’efficienza con cui le aziende impiegano i fattori a disposizione. Ecco: il quadro tendenziale delineato nelle tabelle del documento è sconfortante.






