Dopo avere chiesto alla Commissione Europea una deroga dal patto di stabilità per coprire le spese del caro-energia, e avere incassato un sostanziale diniego, ieri Meloni è passata all’opposizione e ha usato Bruxelles come spauracchio elettorale da sventolare per nascondere i propri fallimenti. Davanti alla platea dell’assemblea annuale di Confindustria alla Nuvola dell’Eur a Roma la presidente del Consiglio ha attaccato Bruxelles come se fosse all’opposizione e non conoscesse Raffaele Fitto, uno dei vicepresidente della commissione von der Leyen, espresso dal governo italiano.

«L’UNIONE EUROPEA deve fare meno e meglio – ha detto Meloni – Deve smettere di essere un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica a ideologismi e tecnocrazia». L’affermazione è stata utile per offrire a Confindustria un altro «patto» (dovremmo stare al secondo o al terzo di questa legislatura) e promettere una «riforma della burocrazia» a un anno, poco più o meno, dalle elezioni politiche del 2027. Il vasto programma, giunto al quarto anno di governo, non sembra avere calcolato il Pnrr che doveva fare riforme anche sulla «competitività» e termina tra qualche giorno a giugno. Ed è contraddittorio per chi, come Meloni, ha condiviso la proposta di regolamento sulla semplificazione e sul «28esimo regime fiscale» fatta dalla Commissione Ue. La proposta, tratta dai rapporti Draghi e Letta, avrà tempi lunghi e non risolverà i problemi, ma promette di «creare un’impresa in un click».