Due buone notizie su cui cullarsi nell’immediato, anche se sullo sfondo restano tutte le criticità e tutti i problemi strutturali irrisolti che appesantiscono l’economia italiana. Sono questi i messaggi al governo che arrivano dal pacchetto di primavera del semestre europeo, adottato ieri dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue ha riconosciuto all’Italia di aver adottato le “misure necessarie” per rispettare i vincoli di spesa, il che non porterà a un inasprimento della procedura e anzi lascia aperta la porta a un’uscita anticipata. Ma soprattutto ha introdotto il meccanismo chiesto da Giorgia Meloni per far rientrare anche determinate spese contro il caro-energia nella clausola di salvaguardia per la Difesa. «Sono soddisfatto perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato» ha commentato il ministro delle Finanze, Giancarlo Giorgetti. «L’Italia ancora una volta indica la strada» ha esultato la premier Meloni, che in un video sui suoi canali social ha parlato di un risultato «estremamente importante» perché «lo abbiamo costruito con determinazione e con pazienza» e perché «conferma la capacità dell’Italia di fare valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all'intera Europa». L’elenco esatto delle misure che potranno essere scorporate dai vincoli del Patto di Stabilità ancora non c’è, verrà definito nelle prossime settimane. «Ma la direzione è chiara» spiega un alto funzionario Ue. E quindi «gli Stati, nel frattempo, possono già adottare gli interventi necessari». La direzione indicata dalla Commissione dice che i governi potranno chiedere la flessibilità per gli investimenti nella transizione energetica, ma anche per le spese «che aiutano le famiglie e le imprese a ridurre la loro dipendenza dai combustibili fossili». Gli esempi che vengono fatti si riferiscono, per esempio, agli incentivi per l’acquisto di auto elettriche o per l’installazione di pannelli solari. Ovviamente non tutte le spese contro il caro energia potranno godere dello scorporo: certamente non quelle che aumentano il consumo di combustibili fossili e nemmeno i sussidi ai cittadini per ridurre il costo della bolletta perché si tratta di misure che non incentivano il risparmio energetico. Gli interventi, inoltre, dovranno essere «temporanei e mirati». Si avvia dunque verso il tramonto il taglio delle accise, che nelle raccomandazioni Ue viene indirettamente criticato proprio perché non riduce il consumo di petrolio, ma anche perché si tratta di una misura orizzontale e non mirata. La misura, unita al credito d’imposta per gli autotrasportatori, è già costata un decimale di Pil e un’eventuale proroga entro fine anno, secondo Bruxelles, potrebbe costare tre volte tanto. Per quanto riguarda l’entità della clausola, i governi potranno sforare per un importo massimo pari allo 0,3% del Pil annuo, all’interno dell’1,5% già concesso per le spese militari. La clausola sarà in vigore fino al 2028, anche se la deviazione totale non potrà superare lo 0,6% del Pil in totale. Per l’Italia si tratta di oltre 13,5 miliardi di euro che verosimilmente verranno utilizzati da qui alla fine del prossimo anno. La natura delle spese energetiche verrà chiarita con esattezza in una nota che la Commissione invierà ai governi, nella quale figureranno tutti i dettagli sull’attivazione della clausola. Con ogni probabilità potrà essere richiesta soltanto per le spese energetiche, senza per forza aumentare anche quelle militari. «Da parte nostra c’è un’aspettativa che gli Stati aumentino le spese per la Difesa» spiega una fonte di Palazzo Berlaymont. «Ma non c’è alcun obbligo» ha confermato Dombrovskis, anche se le raccomandazioni invitano l’Italia a «rafforzare» la spesa militare e ad «adattare» il bilancio dello Stato a questo scenario. Sul fronte della finanza pubblica, il verdetto per l’Italia è positivo, anche se il debito continua ad aumentare. Secondo la Commissione, nonostante una lieve deviazione registrata lo scorso anno (pari allo 0,1% del Pil), il governo ha adottato le misure necessarie per contenere la spesa pubblica in linea con il percorso concordato nel quadro della procedura, che quindi è «sospesa». Questo vuol dire che non verranno chieste ulteriori misure correttive. Nel documento di finanza pubblica, il governo aveva un aumento della spesa pubblica pari all’1,9% nel 2025, sei decimali oltre il limite consentito. Ma secondo i tecnici di Bruxelles lo sforamento è stato più contenuto e la spesa è cresciuta solo dell’1,5%. Stesso discorso per quest’anno: Roma prevede di aumentare la spesa dell’1,6% (in linea con la raccomandazione), mentre per la Commissione salirà soltanto dell’1,4%. Le previsioni indicano quindi una possibile uscita dalla procedura l’anno prossimo, visto che – al netto di un possibile aumento delle spese – il deficit dovrebbe scendere al di sotto del 3% quest’anno. Resta inoltre aperta la possibilità di un’uscita anticipata dalla procedura già in autunno, a patto che Eurostat riveda i dati del disavanzo del 2025 alla luce di una riduzione dei costi del Superbonus.
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Bruxelles: «Flessibilità sull’energia ma più investimenti nelle rinnovabili». Meloni e Giorgetti soddisfatti: «L’Unione recepisce le nostre proposte»










