L’ammiraglio Ellery W. Stone era nel 1944 uno degli uomini più potenti della Roma appena liberata dai nazisti, perché era il commissario per gli affari civili nel territorio italiano occupato dagli alleati. Quando convocò i produttori cinematografici italiani che gli avevano chiesto di discutere la ripresa dell’attività, c’era grande attesa per quanto avrebbe dichiarato, e l’ammiraglio fu piuttosto tranchant: «Il cosiddetto cinema italiano è stato inventato dai fascisti. Dunque, deve essere soppresso. E devono essere soppressi anche gli strumenti che hanno dato corpo a questa invenzione. Tutti, Cinecittà compresa. Non c’è mai stata un’industria del cinema in Italia, non ci sono mai stati degli industriali del cinema. Chi sono questi industriali? Degli speculatori, degli avventurieri, ecco chi sono! Del resto l’Italia è un Paese agricolo, che bisogno ha di un’industria del cinema?». E così il cinema italiano, che pochi mesi prima era stato depredato di macchinari e pellicole dai tedeschi in fuga, capiva che anche i liberatori preferivano che scomparisse, e ci andò molto vicino. La Cinecittà che era lo stabilimento tecnologicamente più avanzato d’Europa e che era stata inaugurata soltanto 7 anni prima era diventata un immenso campo profughi e lo resterà fino al 1948, ospitando quasi 20 mila persone rimaste senza casa per i bombardamenti. Insomma: nessuno avrebbe scommesso su un futuro, per i cineasti di casa nostra.