Milton Gendel nello studio di Burri, 1950, fotografia di Josephine Powell

C’è stata una stagione – all’incirca dal 1945 fino alla metà degli anni sessanta – in cui Roma ha funzionato, soprattutto per ragioni politico-economiche, da avamposto americano sul suolo italiano. Tuttavia, in un clima segnato dalle tensioni della Guerra Fredda, l’Urbe non ha solo fatto da sfondo alle manovre diplomatiche antisovietiche presto sfociate nel Piano Marshall ma ha attirato anche un numero elevato di artisti statunitensi: Rauschenberg, Twombly, Guston, de Kooning, solo per citare i più noti.

Come è ormai emerso dagli studi di Frances Stonor Saunders, la spinta all’americanizzazione di parte dell’Europa post secondo conflitto mondiale si è articolata anche attraverso il soft power delle arti figurative che, più volte, hanno beneficiato della longa manus della CIA. Nel caso specifico della Roma degli anni cinquanta, però, l’ondata esponenziale di pittori e scultori provenienti dal Nuovo Continente non può semplicisticamente essere letta nei termini di un fenomeno di «colonizzazione».

Il volume di Peter Benson Miller American Artists in Postwar Rome. Art and Cultural Exchange (Bloombsbury Visual Art, UK, pp. 312, ill. 32 a colori, 27 in b/n, $ 93,60) libera subito il campo dagli equivoci e, pur tenendo conto delle ineludibili pressioni USA sugli equilibri interni del nostro Paese, sottolinea quanto la Città Eterna nel secondo dopoguerra fosse diventata un fertile terreno di scambi artistici con l’altra parte dell’Atlantico. Ciò che ne deriva, dunque, non è la cronaca di una subordinazione ma, all’opposto, una storia di reciproche contaminazioni linguistiche ora sorte autonomamente, ora supportate da personaggi «trasversali» che, più di altri, agirono da catalizzatori di confluenze culturali: il direttore dell’American Academy Laurance Roberts; il fotografo e critico Milton Gendel; Topazia Alliata, coraggiosa gallerista che a Roma sostenne un eroe della neoavanguardia come Paul Thek.