A Vibo Marina la politica aveva promesso una cosa semplice: togliere i depositi petroliferi dal lungomare e restituire alla città il suo mare. Non era una fantasia da poeti con la sdraio. Era un indirizzo politico votato dal Consiglio comunale all’unanimità. Tradotto: tutti d’accordo, almeno a parole, sulla delocalizzazione della Meridionale Petroli. Poi, come spesso accade da queste parti, le parole hanno fatto la fine delle barche senza motore: sono rimaste in mezzo al mare. I depositi sono ancora lì. Il lungomare è ancora ostaggio. Il turismo si arrangia. E la città, invece di liberarsi dei serbatoi, si ritrova a fare i conti con cordoli, divieti, parcheggi tagliati e spiagge sempre più difficili da raggiungere. Un capolavoro al contrario. Dovevano spostare il problema. Hanno spostato i cittadini.

Il mandato politico finito nel tritacarne

Il sindaco Enzo Romeo era arrivato con un mandato politico chiarissimo: lavorare per la delocalizzazione dei depositi costieri e aprire una stagione nuova per Vibo Marina, finalmente libera dalla servitù industriale che da decenni pesa sul suo sviluppo ma tra una Conferenza dei servizi, un parere tecnico, un protocollo, un rinnovo e qualche passaggio amministrativo, quella linea si è annacquata fino quasi a sparire. La delocalizzazione non è partita. La permanenza dell’impianto si è rafforzata. E oggi la città si ritrova con una verità amara: la politica aveva detto una cosa, la realtà ne sta facendo un’altra. La domanda è inevitabile: il Comune ha davvero contrastato fino in fondo la linea di Meridionale Petroli e Autorità Portuale? Oppure ha assistito, magari protestando a parole, mentre il processo andava nella direzione opposta rispetto al mandato ricevuto? Perché, alla fine, contano gli atti. E gli atti, finora, non raccontano una liberazione. Raccontano una resa progressiva.