Egregio direttore, si è fatto tanto parlare poi giornali, sui social e in tv del voto veneziano e della vittoria, inattesa ai più, del candidato sindaco del centrodestra. Ma la realtà per me è molto più semplice: il centrodestra ha vinto perché ha cavalcato la paura dei candidati bengalesi che, forse un po' ingenuamente, il centrosinistra aveva inserito in lista pensando evidentemente di parlare e rivolgersi ad una città più evoluta e attenta ai diritti di tutti. Non era così. Tutto il resto, anche le polemiche sui manifesti in bengalese, per me sono chiacchiere. L. M. Venezia
La risposta del direttore del Gazzettino, Roberto Papetti Caro lettore, non sono affatto convinto che il centrosinistra abbia perso le elezioni comunali di Venezia "solo" per il caso Bangladesh, cioè per aver inserito nelle proprie liste cittadini appartenenti a questa numerosa comunità straniera. Una sconfitta così netta e così imprevista nelle sue dimensioni non hai mai un solo fattore scatenante, ma è inevitabilmente la somma di più cause, di più messaggi politici sbagliati o scarsamente efficaci. E comunque sia, indipendentemente dal peso che questo tema ha avuto sull'esito elettorale, commetterebbe un nuovo errore chi nel centrosinistra cercasse un alibi alla sconfitta addossandone di fatto la responsabilità alla presunta arretratezza degli elettori incapaci di comprendere l'importanza dell'integrazione o, peggio ancora, alla strumentalizzazione che sarebbe stata fatta di alcuni episodi, come i manifesti elettorali di alcuni candidati scritti nell'ideogramma bengalese e inneggianti ad Allah. Cominciamo con il dire che se quei manifesti, poi fatti sparire, non fossero apparsi sui muri di Mestre e se alcuni video non fossero circolati, nessun giornale ne avrebbe parlato, nessuno avrebbe potuto criticarli né cercare di sfruttarli politicamente. Ma il problema, se mi consente, è un po' più complesso e va oltre queste baruffe elettorali. In tutta Europa il tema immigrati-integrazione è al centro delle sfide elettorali e ne condiziona spesso gli esiti. Averlo sottovalutato, aver pensato o almeno dato l'impressione di pensare che il dibattito sul ticket d'ingresso, le inchieste giudiziarie che avevano coinvolto la giunta o magari persino il caso Fenice, in una città in forte trasformazione come Venezia-Mestre, pesassero sul voto dei cittadini più dell'immigrazione e dei suoi impatti sociali ed economici è stato il primo errore del centrosinistra. A cui ne è seguito un altro. Non aver considerato che l'integrazione va affrontata tenendo sempre conto delle due facce della medaglia. C'è quella, certamente importante, dei diritti anche politici e religiosi dei "nuovi cittadini", di chi cioè è arrivato nel nostro Paese provenendo da mondi e culture lontane e oggi abita e lavora nelle nostre città. Ma c'è anche quella, non meno importante, di chi si trova a sopportare e a pagare i costi inevitabili dell'integrazione, in particolare quei ceti popolari che nei loro quartieri o nei loro condomini devono fare i conti con una convivenza non sempre facile, con persone che hanno altre abitudini, parlano un'altra lingua, hanno un'idea diversa dei rapporti uomo-donna. Le esigenze, i disagi, le difficoltà e anche le paure di questi cittadini non hanno anch'esse un diritto di cittadinanza e di rappresentanza politica? Forse è una domanda che il centrosinistra avrebbe dovuto porsi. Se lo ha fatto, non mi pare che nel dibattito elettorale ciò sia emerso e i risultati elettorali nelle aree più popolari della città, con il centrodestra largamente avanti, sono lì a dimostrarlo.














