Caro direttore, vorrei esprimere il mio punto di vista sulla questione, verificatasi alle recenti elezioni del comune di Venezia, relativa al tentativo del Pd di accaparrarsi il voto dei cittadini musulmani. Mi ha molto meravigliato l'atteggiamento prevaricatore di Bersani, quando ha affermato che dovremo digerire l'alleanza tra Pd e voto dei cittadini musulmani. Vorrei chiedere al signor Bersani: dopo decenni di affermazione, da parte della sinistra, dell'idea che la religione è l'oppio dei popoli, ora il Pd si lega proprio con una di quelle più oppressive dei diritti civili? Dopo decenni di lotte per il divorzio, l'aborto, la parità tra uomo e donna, i diritti dei gay, ora la sinistra farà altrettante lotte con i loro nuovi elettori? Ha spiegato loro quali sono i principi su cui si base della sinistra? Oppure non ne ha ancora avuto il tempo? Guglielmo Buzzulini

La risposta del direttore del Gazzettino, Roberto Papetti Caro lettore, non so se Bersani, politico arguto e con una spiccata attitudine alla battuta e al paradosso, più che alla prevaricazione, vorrà risponderle. Da parte mia, credo che le sue considerazioni, oltre a confermare quanto il tema migranti sia stato centrale nelle scelte di voto per il sindaco di Venezia, pongano l'accento su una contraddizione ancora in larga parte irrisolta dentro la sinistra. Perché se è giusto porsi il problema di dare rappresentanza politica a comunità straniere, come quella bengalese nel caso di Venezia-Mestre, che fanno ormai parte integrante del tessuto economico e sociale di una città, non si può ignorare che dentro queste realtà prevalgono ancora posizioni culturali lontane anni luce dal nostro sistema di valori e dalle battaglie che in tanti, non solo la sinistra ma certamente anche la sinistra, hanno condotto in tutti questi decenni per affermare i diritti di tutti e dei più deboli in particolare. Inserire nelle proprie liste esponenti di una comunità numerosa a Mestre come quella bengalese non è di per sé né una provocazione né un errore. Ma se questa scelta non avviene nella chiarezza e non è preceduta da un'affermazione chiara e condivisa dagli stessi candidati stranieri, del valore che hanno alcuni principi irrinunciabili come l'integrazione, il rispetto per le donne, la libertà religiosa e di genere, tutto questo rischia di apparire non solo una mossa soprattutto acchiappa-voti, ma ingenera dubbi, interrogativi e anche timori in tanti cittadini. Com'è appunto avvenuto a Venezia e come il risultato elettorale ha dimostrato. Mi lasci però aggiungere anche un'altra riflessione. Perché le contraddizioni su questo tema non sono un'esclusiva della sinistra. Uno degli slogan che hanno contraddistinto a destra la recente campagna elettorale veneziana è stato "No alla moschea". Posizione molto netta, non del tutto ingiustificata e forse anche pagante sul piano elettorale. Tuttavia dopo aver proclamato la propria contrarietà alla costruzione di un luogo di culto per i cittadini di fede musulmana, bisognerebbe anche spiegare dove e come queste persone possono esprimere il loro credo religioso. Che è un diritto, non un'opzione. Naturalmente è sacrosanto pretendere che una moschea sia pagata dai fedeli islamici, che sia realizzata nel rispetto di tutte le regole e che non presti il fianco a infiltrazioni estremistiche. Ma fissato e garantito tutto questo, perché migliaia di fedeli di religione islamica, che qui vivono e lavorano regolarmente, non dovrebbero avere una loro "chiesa"? E dove dovrebbero andare a pregare e celebrare i propri riti? Ma non solo: negando un diritto fondamentale come quello religioso, non si rischia di rendere sempre più difficile l'integrazione e di alimentare altri conflitti? Forse per la politica sarebbe ora di affrontare questi temi senza furbizie elettorali e scorciatoie ideologiche. Da parte di tutti.