L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato e già capo di Stato maggiore della Difesa italiano, è a Singapore per lo Shangri-La Dialogue. In un’intervista in esclusiva con La Stampa analizza le sfide globali per la sicurezza e il futuro dell’Alleanza atlantica. Qual è il ruolo della Nato nell’Indo-Pacifico? «La Nato non mira a espandersi nell’Indo-Pacifico, siamo un’alleanza difensiva e abbiamo una nostra area di responsabilità. È però vero che ormai la sicurezza non è più regionale, ma globale. Quanto accade nell’Indo-Pacifico riverbera in Europa e viceversa. Qui abbiamo partner che la pensano come noi, con valori simili ai nostri che vogliono difendere. Con loro scambiamo informazioni e pareri: il punto è avere una cognizione della situazione che possa essere di aiuto alla nostra sicurezza». La Cina ha spesso criticato quello che definisce «espansionismo» della Nato in Asia. Come si può dialogare con Pechino, il cui ministro della Difesa non è presente allo Shangri-La Dialogue?«Le porte vanno tenute sempre aperte e i canali percorribili, anche con elementi eventualmente antagonisti. Soprattutto ai nostri tempi, quando ci si affida molto alle macchine e gli errori sono possibili, va preservata la capacità di gestire le escalation. Per questo, abbiamo dialoghi regolari con la Cina e anche qui a Singapore avrò un incontro con la delegazione cinese. La Cina è un Paese che desta particolare attenzione, soprattutto in relazione alla guerra di aggressione russa all'Ucraina, ma non è una minaccia come la Russia. È una presenza importante nell’Indo-Pacifico e va gestita col dialogo». C’è davvero il pericolo di un “fronte asiatico”, tra Taiwan e il Mar Cinese Meridionale?«Non parlerei di “fronte”. La Nato non vuole assolutamente ingerire in situazioni che non sono di sua diretta competenza. Però c'è senz'altro la speranza di risolvere queste diatribe attraverso la negoziazione». Tra nuovi scenari di crisi, c’è il rischio che ci si possa distrarre dalla guerra in Ucraina?«L’attenzione della Nato alla guerra in Ucraina è sempre rimasta stabile. Ma, in effetti, c’è il pericolo che presso l’opinione pubblica la tensione vada scemando. Va ricordato che la carneficina continua: le vittime ogni giorno sul campo sono le stesse del 25 febbraio 2022. L’attenzione va tenuta alta perché l’Ucraina sta combattendo anche per noi. Ed è per questo che continuiamo a fornire supporto alle sue forze armate». Quale può essere l'obiettivo realistico sul conflitto?«Non possiamo accettare che i confini di un Paese vengano ridisegnati con la forza. Sovranità e integrità territoriale restano punti fermi. La Nato supporta l’Ucraina nel suo diritto a difendersi, non combatte, ma prova a fare in modo che la Russia non vinca, che l’Ucraina possa raggiungere una pace giusta e duratura e abbia le capacità per prevenire rischi di future, nuove aggressioni». Come si può reagire al drone russo che venerdì ha colpito un palazzo in Romania?«Innanzitutto condannando la Russia. È un gesto inconcepibile che non può avere scusanti. Anche se si tratta di un incidente, indica comunque pressapochismo, incapacità, debolezza e scarso professionismo: la Nato non può tollerarlo o accettarlo. Tutto questo genererà ovviamente un rafforzamento del dispositivo ad Est. La Nato è pronta a difendere ogni metro di territorio euroatlantico». La crisi in Medio Oriente sta avendo ripercussioni sul sostegno concreto all’Ucraina da parte degli alleati occidentali?«Per quanto riguarda la Nato, il sostegno continua, anche col programma Purl che è stato interamente mantenuto e il flusso del materiale necessario all'Ucraina in tempi brevi è intonso». L’Europa può o dovrebbe diventare più militarmente autonoma dagli Stati Uniti? «Dovrebbe perché è giusto. Ma non si tratta di staccarsi dagli Stati Uniti. Quello che viene trattato in maniera errata come uno choc non assorbibile, è invece un giusto input a cui l’Europa ha finalmente dato seguito. Non è una novità che gli Stati Uniti chiedano maggiore impegno agli alleati europei. Ora c’è stata presa di coscienza. C’è un percorso in atto, direi rivoluzionario, sia per presa di responsabilità e suddivisione dei compiti, sia per l’impatto finanziario. La strada intrapresa è impegnativa e prevede la capacità di onorare impegni come portare la spesa per la difesa al 5 per cento del Pil entro il 2035. È una strada da cui non si torna indietro, necessaria per difenderci e garantire deterrenza. E siamo nella giusta direzione. Nel 2025 c’è stato un incremento del 20 per cento negli investimenti per la difesa da parte di Canada e alleati europei». Qui a Singapore, il segretatario alla Guerra Pete Hegseth ha detto che l’Europa dovrebbe prendere nota di quanto fanno i partner asiatici degli Usa per rafforzare le difese. L’Alleanza atlantica va ridefinita in modo più pratico e meno idealistico?«Io direi che gli alleati europei stiano già ridefinendosi, e non da adesso. Credo si possa dire, al contrario, che i Paesi asiatici potrebbero prendere nota su come è stata organizzata l’Alleanza Atlantica: 32 nazioni che fin qui hanno lavorato in sintonia, non cedendo un millimetro del territorio Nato a nessun nemico in 77 anni e prendendo decisioni con l'unità e il consenso». In futuro, l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie cambieranno gli equilibri militari sul campo di battaglia, più delle armi nucleari?«In passato, le grandi innovazioni hanno avuto un impatto enorme, ma la società si è quasi immediatamente adattata a queste tecnologie e, soprattutto, le ha adattate alle proprie esigenze. Oggi, potrebbe esserci la necessità di ridefinire il modo in cui vediamo la realtà e il rapporto che abbiamo con essa, perché questa trasformazione sarà molto profonda. Burocrazia, regolamentazione ed etica dovranno essere considerate molto seriamente».
Cavo Dragone: “L’Europa fa già la sua parte nella Nato. Il raid russo in Romania? Ci rafforzerà”
L'ammiraglio a capo del Comitato militare dell’Alleanza: «Siamo un modello, anche per l’Asia»












