Il governo di Giorgia Meloni è costretto a fare in conti con l’amara verità che la coperta è corta: se si trovano soldi per il taglio delle accise ce ne saranno di meno per imprese e investimenti; se si dirottano i fondi europei verso l’energia si dovranno togliere alle Regioni che invece li hanno appaltati a sviluppo economico e formazione.

Con l’effetto di scontentare necessariamente qualcuno: Confindustria se non si trovano i soldi per le imprese o le regioni – la maggior parte delle quali governate dal centrodestra – se si toccano i fondi europei e almeno uno degli alleati. Il tutto, mentre dentro al governo si discute sulla bontà o meno della scelta di accedere ai prestiti comunitari per la difesa, ma solo per circa 5 miliardi invece dei 14,9 possibili, con visioni molto diverse tra alleati, con la Lega totalmente contraria.

L’attesa è per la Commissione europea, che mercoledì risponderà alla richiesta dell’Italia di estendere la deroga al Patto di stabilità non solo alla difesa, ma anche alle spese per l’energia. Proprio questo è il passaggio cruciale: se la risposta di Bruxelles sarà negativa, si alzerebbe il livello di tensione con Roma.

E nelle settimane scorse, il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovkis non aveva lasciato presagire nulla di buono, parlando di crisi energetica «provocata da uno shock di offerta e quindi con un sostegno dal lato della domanda rischia di mantenere alti i prezzi dell'energia e spendere molto denaro con risultati limitati» E, in ogni caso, rimane ferma la questione della transizione ecologica.