di Gianni Santucci

A 100 anni dalla nascita, siamo entrati nella stanza della morte della star di Hollywood più iconica di sempre. Era il 5 agosto 1962 quando fu trovata senza vita nella sua casa di Los Angeles. Sulla sua morte non si fece un’inchiesta giudiziaria. E le teorie alternative sulla vera causa sono ancora in circolo. Così siamo ripartiti da capo

Il cuore della donna più bella del mondo pesava trecento grammi. Il dottor Thomas Noguchi appuntò: «Epicardio e pericardio lisci e lucenti». A 35 anni l’anatomopatologo aveva già esaminato mille cadaveri. La donna che stava sezionando aveva vissuto un anno più di lui. Era alta un metro e 66. Pesava 53 chili. Prima di aprire il cranio, Noguchi annotò: «Capelli biondi decolorati. Occhi blu». Esaminò con particolare cura il fegato. «Superficie liscia. Colore marrone scuro». Estrasse l’organo dall’addome e lo poggiò sulla bilancia. Scrisse: 1.890 grammi. Come per ogni creatura umana, all’autopsia non è dato scoprire dove e come l’anima fosse legata al corpo, ma in quel fegato s’erano accumulati 246 milligrammi di pentobarbital, un barbiturico, sedativo-ipnotico. Da quel giorno, il 5 agosto 1962, il nome commerciale di quel sonnifero-calmante è entrato nella storia: «Nembutal». Marilyn Monroe morì per overdose del farmaco che per anni l’aveva aiutata a vivere. Lo usava per curare l’insonnia, le angosce, l’ansia, la stanchezza. Il suo medico personale, Hyman Engelberg, aveva prescritto una pasticca a sera per dormire. A volte lei ingoiava le pillole con lo champagne. Ma gli esami del dottor Noguchi non rilevarono alcol nel sangue.