Dovrà aspettare ancora un po’ l’impazienza del ministro della Difesa Crosetto per la richiesta dei fondi europei per il riarmo (Safe), al momento i soli che non peserebbero sui limiti rigorosi del Patto di Stabilità. Ma che Meloni non intende chiedere, prima di aver visto come andrà a finire la trattativa con la Commissione per sbloccare la parte non utilizzata di quelli di Coesione e di quelli del Pnrr, allo scopo di destinarli ai rimedi per la crisi energetica determinata dalla guerra in Iran. Che questo possa realmente accadere, che cioè l’impegno incrociato del vicepresidente della Commissione Fitto e del ministro dell’Economia Giorgetti porti il risultato che la premier si aspetta, non è affatto certo. Ma Meloni insiste: non si può dire alla gente che si aspetta soluzioni per il caro carburanti e il caro vita che il governo intanto è pronto a realizzare il proprio programma per la Difesa. E sebbene l’urgenza del riarmo sia determinata dalla velocità con cui gli Stati Uniti stanno concretizzando i propri piani per il disarmo in Europa, i cittadini alle prese con problemi che riguardano le loro tasche si aspettano tutt’altro. L’entrata in scena del vicepresidente del consiglio Tajani su questo terreno dimostra che la questione è assai delicata. Crosetto è chiaramente pressato dai vertici militari che hanno preso i loro impegni e non sono in grado di spiegare ai loro interlocutori, soprattutto a quelli della Nato, in parte italiani, un rallentamento tutto politico com’è quello deciso da Meloni, che teme gli effetti elettorali delle decisioni. Con l’opposizione pronta a contestare in Parlamento l’approvazione della nuova legge elettorale, sostenendo che ben altro si aspettano i cittadini e gli imprenditori alle prese con le conseguenze dirette della crisi, il riarmo potrebbe fornire ulteriori argomenti di dissenso a un elettorato che anche all’interno del centrodestra sta diventando tendenzialmente pacifista. Il problema è che, malgrado le pressioni di Fitto e Giorgetti, i tempi di risposta europei sono quelli che sono, e le riserve di una parte dei Paesi membri, soprattutto del Nord, rispetto alle richieste italiane sono ben lontane dallo sciogliersi. L’Italia continua a sperare in un “sì” da Bruxelles, ma deve mettere in conto anche un rifiuto che sarebbe un guaio per il governo.