L’opera sarebbe anche un bello spettacolo, se non fosse per la gente che ne blatera e spesso senza andarci. Alla Scala è stata annunciata la prossima stagione, che è molto bella. Però la notizia è diventata subito un’altra. Presentendo la prima del 7 dicembre, Otello di Verdi con la direzione di Myung-Whun Chung e la regia di Damiano Michieletto, il sovrintendente Fortunato Ortombina si è sentito in dovere di precisare che il Moro sarà bianco com’è l’interprete, il tenorone Brian Jadge. È una classica non-notizia, perché sono anni che gli Otelli non si spalmano più la faccia di lucido da scarpe e già nel remoto 2015 il Met di New York giudicava «completely unthinkable» scurire la pelle di Aleksandrs Antonenko. Lì ovviamente pesa la vecchia tradizione del “black-face” che in effetti risulta offensiva per i neri che ne sono stati vittime per decenni; in generale, in tutto il mondo il politicamente corretto si applica, con alterni risultati, anche a opere del passato dove certe sensibilità non esistevano o erano diverse. E tuttavia sui social è subito partita una polemica infinita modello “povero Verdi” e altri deliri.
Forse ha ragione Slavoj Zizek: spesso la “political correctness” diventa quel male che vuole curare. Quando nel Ballo in maschera (sempre Verdi), si censura la battuta del Giudice sull’indovina «dell’abbietto sangue de’ negri» si tradisce Verdi, che quell’indovina la difende mandando un preciso messaggio antirazzista. Ma chiunque frequenti i teatri, anche quelli di prosa, sa che il Moro di colore non si porta più. Shakespeare, per la verità, ci dà parecchio dentro con il «caprone nero» ma forse, come sosteneva Giuseppe Tomasi di Lampedusa, «deriva dalla cattiva traduzione inglese delle novelle italiane dalle quali Shakespeare l’ha tratto. Il Moro di Venezia, per Cinzio, non è affatto un moro ma un signor Moro, cognome comunissimo (con Moroni e Moretti) nel Bergamasco. I camionisti della Lombardia, del Veneto e del Piemonte berciano ancor oggi: ciao, bella mora, a qualsiasi ragazzotta non bionda che capiti loro fra i piedi». In Boito & Verdi, il tema è toccato quasi di striscio, quando per esempio Desdemona parla delle «tempie oscure» del marito, e in ogni caso il colore della pelle di Otello influisce poco sulla drammaturgia. C’è di più. Alcuni anni fa, il soprano americano Tamara Wilson rifiutò di annerirsi la faccia per cantare Aida all’Arena e fu mandata via. Ma quella era l’antica Aida di Zeffirelli, e lì sarebbe stato strano vedere una protagonista bianca. L’Otello di Michieletto sarà invece uno spettacolo moderno, dove è prevedibile ci siano delle discrasie fra ciò che si canta e ciò che si vede. Quando sono troppo accentuate, stridono e danno fastidio; ma è assolutamente normale, per esempio, che quando si cita il «ferro», il ferro in questione sia un revolver e non il solito spadone. La verosimiglianza è un fatto storico e, come tutti i fatti storici, cambia nel tempo. Altrimenti si finisce come un Otello, ma era quello di Rossini, decolorato a Firenze nel 1819. Spiega il libretto: «Chieder forse potria taluno, perché Otello sulle Scene non venga in nero sembiante, come lo richiederebbe il sogetto del tragico Inglese; non troppo probabile sembrando, che una gentil Donzella da più leggiadri giovani corteggiata, accendersi potesse per un Mostro, il di cui aspetto fra noi orrido, e deforme riputasi, si risolse il sig. Tachinardi (Nicola Tacchinardi, l’interprete, ndr) di vestir forme meno ripugnanti». Un caso eguale e contrario: Otello bianco, ma per razzismo.












