A metà dei Seventies, oltre mezzo secolo fa, Arrigo Polillo nel suo monumentale volume Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afroamericana, scommetteva su di lui, dicendo che «il» jazzman del futuro – o perlomeno degli anni Ottanta – sarebbe stato probabilmente Sonny Rollins, il sax tenore (all’epoca ultraquarantenne) «rinato» da circa un lustro, dopo gli alti e bassi durati oltre un decennio. La profezia di Polillo s’avvera però solo a metà: grosso modo dal 1976 in poi, Rollins scivola verso una fusion scontata, che però, per la prima volta nella sua vita, gli consente un discreto successo economico – la cover strumentale Isn’t She Lovely di Stevie Wonder – e una buona visibilità «pop» – il solo in Waiting on a Friend dei Rolling Stones.

Benché nel periodo in cui preoccupano i grandi sperimentatori – Miles Davis scomparso, Ornette Coleman troppo armolodico, Mingus ammalato e poverissimo -, a quasi un anno esatto dalla scomparsa del jazzologo milanese (morto il 17 luglio 1984), Rollins si riscatta artisticamente. Infatti il 19 luglio 1985 nello Sculpture Garden del MOMA di Manhattan Sonny compie un unicum nella storia della musica, immortalato poi in vinile nelle due facciate di Soloscope: sono 56 minuti di improvvisazioni in dialogo con il proprio ego, concepite fra assolo estemporanei e brevi frasi inerenti al proprio trentennale repertorio, a sua volta costruito da molti original e tantissimi standard. Non è la prima volta che un jazzista, in studio o in pubblico, architetta un long-playing o una performance per un solo strumento, in particolare a fiato (discorso a parte, il pianoforte); anzi, all’interno del free jazz e della creative music, sembra quasi la prassi (Anthony Braxton, Steve Lacy, Derek Bailey, Evan Parker, Paul Rutheford, persino il coolster Lee Konitz), ma è l’unico a farlo in un grande museo, tirando fuori da se stesso l’intera storia del modern jazz, nonché una superba tecnica dell’audiotattile bebop e post bop.