È un ricordo scritto sull’acqua quello di Sonny Rollins, scomparso lunedì nella sua casa di Woodstock alla veneranda età di 95 anni. Se c’è un luogo in cui il sassofonista newyorkese è tornato a essere il “saxophone colossus” della mitologia afroamericana è proprio a due passi da quel tratto di East River che gorgoglia sotto il Williamsburg Bridge, tra il Lower East Side di Manhattan e Brooklyn. Come in un romanzo di Cormac McCarthy, un’esistenza persa e ritrovata la sua, cresciuta nel solco di un tenorista leggendario come Coleman Hawkins, ma poi minata metà degli anni Cinquanta dall’eroina. Per sostenere economicamente la propria dipendenza, Rollins arrivò a partecipare a una rapina a mano armata, episodio che gli costò dieci mesi di detenzione nel carcere di Rikers Island, a New York.
Esperienza che, però, segnò anche l’inizio della svolta: nel 1955 intraprese, infatti, un percorso di riabilitazione che gli permise di liberarsi dalla tossicodipendenza a cui seguirono album decisivi come quel Tenor Madness inciso al fianco di John Coltrane, lo stesso Saxophone Colossus, Way Out West o l’antirazzista Freedom Suite con Oscar Pettiford al contrabbasso e Max Roach alla batteria. L’improvvisa scomparsa dalle scene e i due anni passati lontano dai palchi a esercitarsi in strada, fino a 15 ore al giorno sulla passerella pedonale del ponte di Williamsburg, per rigenerare quel che si portava dentro e poi il ritorno nel ’62 tra i solchi di un album, con Jim Hall alla chitarra, intitolato emblematicamente The bridge fanno parte dell’aura epica che attornia il personaggio. "Coltrane, Powell, Gillespie, Davis… ho avuto la fortuna d’incontrare tanti uomini straordinari" confidava nelle interviste l’ultimo bopper ad aver lasciato col suo timbro muscoloso un’impronta fondamentale alla musica neroamericana. "Ciascuno ha avuto un suo ruolo in un dato momento della mia vita. Anche se il primo è stato Thelonius Monk, con cui iniziai a suonare quando ancora andavo a scuola".










