Se ne va un altro gigante della musica jazz.Era sassofonista Sonny Rollins, ma era anche uno degli ultimi mostri sacri dell'era del bebop, uno dei più straordinari improvvisatori della storia.Si è spento a 95 anni, nella sua casa di Woodstock, nello Stato di New York. La sua portavoce Terri Hinte, nel dare l'annuncio, fa sapere che era da tempo costretto a restare in casa a causa di una fibrosi polmonare. Rollins lascia un'eredità artistica monumentale che ha influenzato intere generazioni di musicisti, accanto a figure del calibro di Charlie Parker e John Coltrane. Nato ad Harlem il 7 settembre 1930 con il nome di Walter Theodore Rollins, crebbe in una famiglia fortemente legata alla musica: il padre suonava il clarinetto, il fratello il violino e la sorella il pianoforte. Dopo i primi studi al pianoforte, a undici anni rimase affascinato dal sassofono. Inizialmente scelse l'alto, per poi passare al sassofono tenore sotto l'influenza del suo idolo, Coleman Hawkins. Ancora giovanissimo, Rollins venne introdotto nel mondo delle registrazioni da Bud Powell e Miles Davis, per il quale compose brani storici come Oleo e Airegin, prima di entrare nella formazione di Thelonious Monk.La sua carriera subì una drammatica battuta d'arresto nei primi anni cinquanta a causa della dipendenza dall'eroina, che lo portò anche a scontare due periodi di detenzione per rapina a mano armata e violazione della libertà vigilata. Nel 1954 scelse di disintossicarsi in una struttura sanitaria a Lexington, nel Kentucky - periodo che coincise con un profondo cambiamento interiore. Al suo ritorno sulle scene musicali a Chicago, si unì al quintetto di Max Roach e Clifford Brown. Nel 1956 incise “Saxophone Colossus”, un album fondamentale dell'hard bop contenente “St. Thomas”, un brano ispirato al calypso che richiamava le origini dei suoi genitori, nativi delle Isole Vergini americane.Negli anni successivi, Rollins sperimentò con successo la formula del trio senza pianoforte in album storici come “Way Out West” e “A Night at the Village Vanguard”. Refrattario alle pressioni del successo commerciale, nel 1959 decise di ritirarsi temporaneamente dalle scene. Per oltre due anni si isolò a esercitarsi anche quattordici o quindici ore al giorno sulla passerella pedonale del ponte di Williamsburg, a New York. Da questo celebre isolamento nacque nel 1962 l'album “The Bridge”, un lavoro che spinse la sua tecnica improvvisativa verso nuovi vertici espressivi.Nel corso degli anni sessanta Rollins continuò a evolversi, misurandosi con le innovazioni del free jazz e firmando nel 1966 la colonna sonora del film britannico “Alfie”. Un soggiorno in Giappone e in India lo portò a scoprire il buddismo zen, determinando un nuovo allontanamento dalle scene fino ai primi anni settanta. Al suo ritorno, ormai leggenda vivente, ottenne una borsa di studio Guggenheim e iniziò a esibirsi nelle grandi sale da concerto. Nel 1981 collaborò anche con i Rolling Stones, registrando tre assoli per l'album “Tattoo You”, tra cui spicca quello per la ballata “Waiting on a Friend”. Rollins ha inciso più di sessanta album da leader e ha ricevuto una gran quantità di riconoscimenti, tra cui il Lifetime Achievement Award e due premi Grammy. Il primo arrivò nel 2001 per l'album “This is What I Do”; il secondo nel 2006 per l'assolo nel brano “Why Was I Born?”, tratto dal disco dal vivo “Without a Song: The 9/11 Concert”. Quel concerto si tenne a Boston quattro giorni dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, su forte incoraggiamento della moglie e manager Lucille, sposata nel 1965 e scomparsa nel 2004.I problemi polmonari lo avevano costretto a tenere un ultimo concerto nel 2012 e a smettere di suonare nel 2014, ultimo testimone di un'epoca.
Addio a Sonny Rollins, leggenda del jazz
Muore a 95 anni uno dei sassofonisti più famosi al mondo, straordinario improvvisatore e innovatore, icona del bebop. Aveva smesso di suonare nel 2014










