Sonny Rollins, leggendario sassofonista che fu tra i protagonisti del jazz degli anni Cinquanta e Sessanta, è morto a 95 anni. Era il più famoso e amato jazzista di quel periodo ancora in vita, riverito e considerato tra i più grandi di sempre, e nella sua lunghissima carriera si era guadagnato il titolo di “miglior improvvisatore vivente”, grazie alle sue esplosive e mirabolanti esibizioni dal vivo che aveva portato in giro del mondo fino al 2012, quando aveva dovuto smettere di suonare per via di una fibrosi polmonare. Il suo disco Saxophone Colossus (1957), che contiene il celebre standard “St. Thomas”, è tra i più ricordati e apprezzati di un filone del jazz che prese il nome di “hard bop”, che raccolse l’eredità del bebop di Charlie Parker recuperando tradizioni musicali afroamericane come il blues e il gospel.
Rollins ebbe una vita difficile, segnata negli anni Cinquanta da gravi problemi di dipendenza che rischiarono di comprometterne la carriera. Ma li superò e partecipò ad alcune delle registrazioni più importanti del periodo, come quelle del disco Tenor Madness (1956) insieme a John Coltrane e di Brilliant Corners (1957) di Thelonious Monk. All’apice della sua popolarità decise di prendersi due anni sabbatici: non registrò niente e non suonò dal vivo, esercitandosi fino a 16 ore al giorno in un angolo sotto al ponte di Williamsburg a Manhattan per reinventare il suo suono e il suo stile, di cui non era più soddisfatto. Tornò nel 1962 con The Bridge, riscuotendo un grande successo di critica che dura ancora oggi.










