È morto il 25 maggio, un giorno prima del centesimo anniversario della nascita di Miles Davis, con cui aveva registrato già nel 1951. Il jazz ha perso Sonny Rollins, sassofonista tenore nato a Harlem nel 1930 e ritiratosi dalle scene nel 2014. Aveva 95 anni. La notizia è stata confermata dalla sua portavoce Terri Hinte. Negli ultimi anni era rimasto quasi sempre a casa, a Woodstock, per problemi fisici.Cresciuto a Sugar Hill – il quartiere degli "striving", dove abitavano anche Jackie McLean e Art Taylor – Rollins aveva cominciato col pianoforte, poi era passato al sax contralto. A 16 anni scelse il tenore, per emulare il suo idolo Coleman Hawkins, lo strumento con cui avrebbe riscritto la storia del jazz. I genitori erano originari delle Isole Vergini e lo avevano cresciuto ad Harlem con una certa diffidenza verso il jazz, ma lui ne fu subito stregato. "Mia madre mi diede il mio primo sassofono quando avevo sette anni. Entrai in camera e cominciai a suonare – e fu tutto", raccontò anni dopo. Prima di finire il liceo suonava già con Fats Navarro e Bud Powell. Una delle sue prime registrazioni è del 1949, nell'album The Amazing Bud Powell. Thelonious Monk, che Rollins chiamò il suo "guru musicale", lo prese sotto la propria ala. Miles Davis lo volle in studio nel 1951 per Dig, poi ancora per Bags' Groove, dove Rollins lasciò anche il suo standard più celebre, Oleo, eseguito poi da Davis, Coltrane, Eric Dolphy e da chiunque abbia mai tenuto un sassofono in mano.La dipendenza dall'eroina a 19 anni, come per molti della sua generazione, lo portò in carcere due volte – dieci mesi nel 1950, tre mesi nel 1953 – e infine per strada a Chicago. Nel 1954 si ricoverò volontariamente alla "Narco Farm" di Lexington, Kentucky, l'unico centro di riabilitazione del paese, già noto nel mondo del jazz per aver aiutato altri musicisti. Ne uscì sobrio e non tornò più indietro. Si unì al quintetto di Max Roach e Clifford Brown, e nel 1956 incise Saxophone Colossus: hard bop essenziale, uno dei dischi fondativi del jazz moderno, ancora insuperato. Nei due anni successivi spinse ancora più in là, adottando il trio senza pianoforte su tre album uno dopo l'altro: Way Out West, A Night at the Village Vanguard, Freedom Suite. Quest'ultimo era anche una dichiarazione politica, dedicata alla lotta per i diritti civili degli afroamericani, in un momento in cui pochi nel jazz si esponevano apertamente.L'immagine che lo ha consegnato alla leggenda non è però quella di un palco. È quella di un uomo solo su un ponte. Nel 1959, al culmine della fama, frustrato dai propri limiti e incalzato dalle rivoluzioni di Ornette Coleman e Coltrane, Rollins si impose un silenzio di tre anni. Andava ogni notte sul Williamsburg Bridge – dapprima per non disturbare una vicina incinta nel suo appartamento al Lower East Side, poi per abitudine e infine per necessità – e suonava fino a sedici ore di fila, con solo il vento e il rumore del fiume a rispondergli. Durante quel periodo smise di fumare, si avvicinò allo yoga, lesse testi spirituali. Ne uscì nel 1962 con The Bridge, registrato per la RCA Victor con Jim Hall alla chitarra: non il capolavoro rivoluzionario che la critica si aspettava, ma qualcosa di parecchio raro: la testimonianza di un artista che aveva scelto l'integrità sulla popolarità. "Suonare contro il cielo migliora davvero il volume e la capacità polmonare", disse di quell'esperienza. Nel 2017 quattro sassofonisti salirono sul Williamsburg Bridge e suonarono la sua musica sul camminamento pedonale, nello stesso punto in cui lui si era ritirato sessant'anni prima, come atto della campagna per dedicargli il ponte. Uno dei quattro, Eric Wyatt, è figlioccio di Rollins: suo padre aveva praticato lì con lui, in quegli stessi anni. La legge fu introdotta al Consiglio Comunale di New York, ma non passò.Rollins non rimase nei confini del jazz. Nel 1981, Charlie Watts, che lo ammirava da sempre, lo segnalò ai Rolling Stones per Tattoo You. Rollins suonò il solo di Waiting on a Friend guardando Mick Jagger ballare. "Non ha mai fatto un disco brutto, mai; alcuni sono semplicemente più grandi degli altri", disse Watts nel 2010. Vinse due Grammy, ricevette nel 2004 un Grammy alla carriera, nel 2011 il Kennedy Center Honor e la National Medal of the Arts. Nel 2017 il suo archivio personale fu acquisito dallo Schomburg Center for Research in Black Culture della New York Public Library. Si definiva un "work in progress". Non uno di quegli artisti che si assestano su uno stile e ci restano. "La cosa di cui sono più fiero in tutta la mia carriera", disse all'AP nel 2007, "è di essere riuscito a vedere oltre la popolarità e fare quello che il mio io interiore mi diceva di fare". Nel 2010 il regista Dick Fontaine, che lo aveva già filmato nel 1967 sul Williamsburg Bridge, tornò a trovarlo per il concerto degli ottant'anni al Beacon Theater di New York con Ornette Coleman e Roy Haynes. Il documentario BBC "Beyond the Notes", girato in quell'occasione, uscì nel 2012.Nel 2009, in una delle sue ultime interviste ampie, disse: "Penso che quando la persona creativa finisce, continui nell'esistenza successiva. Non sono il tipo che crede che questa vita sia tutto. Una persona spirituale non la vede altrimenti".
È morto Sonny Rollins, il Colossus del sassofono che suonava sul ponte
Aveva 95 anni ed era l'ultimo dei giganti del bebop. Cresciuto ad Harlem, formato da Monk e Davis, consacrato da Saxophone Colossus. La sua leggenda passa anche per tre anni di silenzio sul Williamsburg Bridge, dove andava a suonare da solo fino a sedici ore al giorno










