Se n'è andato anche il Saxophone Colossus, a 95 anni, il giorno prima del centenario della nascita del suo amico Miles Davis. Era l'ultimo rimasto in vita di quella generazione di geni che hanno inventato le regole del jazz moderno. Sonny Rollins è stato uno dei più grandi sassofonisti della storia della musica afroamericana, un uomo che ha trascorso la vita a studiare il suo strumento e che, con la sua sonorità potente e inconfondibile, aveva trasformato in arte l'improvvisazione tematica, basata sulla capacità di inanellare sequenze praticamente infinite di variazioni sul tema principale.

Il pubblico del jazz ricorda bene che anche nelle sue ultime apparizioni live, quando l'età e gli acciacchi avrebbero lasciato intendere e forse consigliato una forma di risparmio fisico, si abbandonava a performance torrenziali che immancabilmente si concludevano con il ritmo saltellante del calypso di "Don't Stop The Carnival", che poteva durare anche 20 minuti e tutto il pubblico a ballare.

Nato a Harlem il 7 settembre 1930, aveva cominciato da ragazzino con il Be Bop e subito era diventato una star per la naturale capacità di essere originale. Ed era anche un personaggio molto turbolento e con quel fisico imponente che si ritrovava era meglio non farlo arrabbiare: era l'unico di cui aveva paura Miles Davis, che a sua volta era un tipaccio, per non dire degli impresari e dei proprietari di club come racconta nella sua preziosa autobiografia Max Gordon, il proprietario del Village Vanguard dove Rollins nel '57 incise uno storico live.