Iniziò con Miles Davis, Charlie Parker e Monk. Fu un virtuoso e un innovatore

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È morto Sonny Rollins, sassofonista e compositore statunitense di musica jazz, considerato uno dei più importanti capiscuola dello stile hard bop. Aveva 95 anni. Le sue composizioni, intense ma al tempo stesso fluide e meditative, lo hanno reso l'ultimo grande protagonista di un'epoca d'oro del jazz. «È con grande tristezza e profondo affetto che annunciamo la scomparsa di Sonny Rollins», si legge in un post pubblicato sulla sua pagina social, in cui si aggiunge che «è deceduto nella sua casa di Woodstock, New York». Rollins ha vinto numerosi Grammy Awards e ha continuato a esibirsi dal vivo fino agli 80 anni."A Great Day in Harlem" è l'istantanea iconica scattata il 12 agosto 1958 con cui il celebre fotografo di moda e musica Art Kane rappresentò l'universo del jazz attraverso 57 musicisti che avevano già fatto la storia del genere e che avrebbero gettato le basi della sua leggenda, ritraendoli su una tipica scalinata di ingresso di uno dei tanti palazzi popolari del quartiere nero per eccellenza.Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta: Harlem non è più una zona malfamata, fatta oggetto del processo di gentrificazione che ha riscritto i confini sociali di New York, e oggi di quei 57 geni non ne rimane più nemmeno uno.L'ultimo in ordine di tempo a lasciare questo mondo è Sonny Rollins, morto l'altro ieri all'età di 95 anni.Novantacinque anni sono un bel traguardo, se ci si arriva in condizioni fisiche decenti. A differenza di un altro gigante della storia del jazz, il batterista Roy Haynes, che continuò a esibirsi fin quasi alla fine Haynes morì nel 2024 a 99 anni! Sonny dovette ritirarsi dall'attività pubblica nel 2014, fermato dalla fibrosi polmonare, una patologia grave. Non una rarità, in una storia del jazz costellata di decessi illustri in giovane età, per abusi di alcol e droghe oppure per malattie polmonari, frutto di ore e ore trascorse a suonare in locali fumosi e malsani. Eppure, in un'intervista concessa nel 2016, Sonny dichiarò di essere ancora vivo perché non aveva smesso di imparare.Al secolo Walter Theodore Rollins, Sonny era nato nel 1930 a New York da una famiglia proveniente dalle Isole Vergini e aveva iniziato a suonare in tenera età, scegliendo il pianoforte per poi passare al saxofono contralto e, per finire, al tenore, dopo aver visto suonare il suo eroe Coleman Hawkins.La sua carriera professionistica iniziò a diciotto anni, nel 1948, e nel 1949 Rollins effettuò le prime sedute di incisione per conto di musicisti già affermati, tra cui lo stesso Roy Haynes.Non una vita facile, quella di Rollins, una costante nel mondo travagliato, talvolta turbolento del jazz, una scena tutto sommato più eccessiva di quella che avrebbe finito per sancire l'equivalenza tra sesso, droga e rock'n'roll nel patinato universo del pop. Rollins al suo attivo ha persino qualche arresto per rapina a mano armata e per uso di droga. Ma furono proprio i primi anni Cinquanta a imporre la sua figura sulla scena del jazz: collaborazioni illustri in studio con altri giganti di colore come Miles Davis, Charlie Parker, il Modern Jazz Quartet e, soprattutto, Thelonious Monk una sorta di mentore per il giovane Sonny tracciarono la strada.Fu un album del 1957, Saxophone Colossus, a sancirne il grande successo e a collocarlo tra le star del tempo, anche in virtù della sua composizione dal sapore apertamente caraibico St. Thomas, presto diventata uno standard insieme agli altri suoi brani più celebri, come Oleo e Doxy. La strizzatina d'occhio al calipso dei suoi avi Rollins l'avrebbe riproposta più volte, attirandosi anche qualche critica dai benpensanti del jazz. Il titolo dell'album è un gioco di parole sulla mole imperiosa del musicista che, da sola, era in grado di catturare l'attenzione degli spettatori nel corso di esibizioni in cui Rollins si concedeva al 100%. Oggi, tale immagine forse stride un po' con gli slanci più mistici evidenziati nella seconda parte della sua vita, una volta liberatosi della zavorra dell'eroina. In un'intervista di qualche anno fa, ebbe a dire che era una persona che credeva che questa vita non fosse la fine di tutto. Anche il suo forte senso melodico fa da contraltare alla sua imponenza fisica. Ma non era salutato unicamente come colosso. Spesso, nel mondo del jazz, lo si definiva "il più grande improvvisatore esistente". Un'etichetta non da poco.Una carriera durata quasi settant'anni inevitabilmente porta a incontri disparati e, talvolta, improbabili. Eppure, la collaborazione con l'estremo opposto del continuum jazz, quell'Ornette Coleman per il quale i confini della melodia erano più ampi di quelli ammessi dalla gran parte dei colleghi, non deve sorprendere più di tanto. Era il 1957 e Rollins di lì a poco, per l'esattezza nel 1962, avrebbe pubblicato il suo secondo album seminale, The Bridge, facendo leva su un trio per lui anomalo, senza pianoforte e con l'aggiunta della chitarra di Jim Hall. Il disco è una sorta di riflessione su un triennio sabbatico durante il quale Rollins aveva studiato e non si era esibito in pubblico, scegliendo il Williamsburg Bridge, il celebre ponte sospeso sull'East River, per esercitarsi fino a 15 ore al giorno, con qualsiasi condizione climatica. All'indomani della sua morte, ha iniziato immediatamente a girare la voce che qualcuno stia pensando di intitolare il ponte a Sonny Rollins stesso.