«Spiritualità e musica sono molto vicine, servono a cercare il senso più profondo dell’esistenza». Era il 1971 e un 41enne Sonny Rollins rispondeva alle domande di Melody Maker; nel 2006 il grande sassofonista afroamericano così spiegava a Ira Gitler, decano dei critici Usa, il suo approccio alla dimensione religiosa: «Sin da giovane ho creduto ad una forza naturale che ci guida, ho uno spirito religioso, faccio yoga, ciò mi ha aiutato a vivere e a non farmi sopraffare dal materialismo». Lunedì scorso, nella casa di Woodstock (New York) dove si era trasferito nel 2013, è spirato a 95 anni Sonny Rollins: serenamente, sembra, e per un artista intimamente spirituale come lui è molto probabile che il suo «passaggio» sia stato lieve. Del resto le sue apparizioni pubbliche si erano arrestate nel 2012 e si era ufficialmente ritirato nel ‘14, ad ottantaquattro anni.

NON AVEVA, però, cessato di operare per gestire il proprio immenso lascito artistico-culturale. Nel 2017 aveva donato il suo ricco archivio personale allo Schomburg Center for Research in Black Culture, uno dei centri-studi della New York Public Library: niente di più naturale per chi aveva passato infanzia ed adolescenza tra Central Harlem e Sugar Hill. L’11 settembre 2001 Rollins visse, peraltro, in prima persona la tragedia delle Torri Gemelle e fu evacuato dalla casa in Greenwich Street, portando con sé solo il sax tenore. Cinque giorni dopo suonò alla Berklee School of Music di Boston e quel recital diventò Without a Song: the 9/11 Concert, «best album» premiato nel ‘06 dalla rivista «Down Beat».