Per una volta mi è sembrata più concreta e decisa la premier che non il presidente della Confindustria, quando ha proposto un vero tavolo cui sedersi insieme per risolvere una volta per tutte questioni annose ma decisive per lo sviluppo quali la produttività e l’energia». L’espressione sorprende perché non viene dall’inner circle meloniano bensì da Giampaolo Galli, economista di provata fede liberal (è stato peraltro in passato anche direttore generale di Confindustria, e poi deputato dem dal 2013 al 2018). È martedì in tarda mattinata, 26 maggio. L’assemblea di Confindustria alla Nuvola dell’Eur è appena terminata e si formano i soliti capannelli di economisti, industriali, giornalisti, per discutere su cosa si è detto nei due discorsi principali, quello di Emanuele Orsini, che di Confindustria è presidente, e quello di Giorgia Meloni, sotto l’occhio attento del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che sedeva in prima fila. I punti di critica sono la maggioranza, ma a onor del vero bisogna dire che non si potevano non spendere alcune parole sulla situazione internazionale che proprio nelle stesse ore tornava a ingarbugliarsi, e le genericità può essere dovuta alla necessità di parlare un po’ di tutto. Ma sentiamo alcune voci fuori dal coro.Commenta per esempio l’economista Marcello Messori dell’Istituto universitario di Firenze: «In entrambe le relazioni, è stato sollevato il problema dell’energia e si è visto come indispensabile un intervento pubblico. Ma, attenzione, per far cosa? Non ha senso continuare a sovvenzionare questo o quel consumo, aggrava solo la situazione spingendo ancora più su la domanda. Bisogna riservare gli sgravi alle fasce più deboli, naturalmente, ma poi intervenire sull’offerta ovvero sulla diversificazione delle fonti». Puntualizza Marco Magnani, economista della Luiss: «Questa è l’occasione per un vero piano organico che ci faccia almeno recuperare il gap con Spagna o Francia, che pagano l’energia molto meno di noi perché da tempo si sono organizzate con un mix di fonti e di expertise razionale ed efficiente, che evita strozzature e situazioni di emergenza». Nucleare incluso, anche se perfino qui alla Confindustria si respirava forte lo scetticismo sui tempi. «Io un mini-impianto di nucleare sicuro me lo metterei anche in fabbrica», ha detto a un certo punto Orsini, che fa ceramiche a Sassuolo. Gian Luca Artizzu, l’ad di Sogin, è d’accordo: «Noi siamo specializzati nello smaltimento ma anche nello studio delle nuove generazioni di nucleare. L’Italia ha mantenuto un alto livello tecnologico perché oltre a esserci aziende italiane che lavorano per il nucleare estero c’è una filiera per la ricerca della futura fusione. Quando si spegne un impianto si stacca la turbina che produce energia elettrica ma la parte nucleare si continua a gestire e questo ci ha consentito di preservare le competenze, che andranno formate per le nuove tecnologie, per ripartire i tecnici ci sono».Ma un piano del genere andrebbe concepito a livello europeo, riprende Magnani, e quindi contemplare alcune cessioni di sovranità, parola che fa venire l’orticaria all’attuale governo, «così come sul piano europeo andrebbe concepita la detassazione, la soluzione cioè dell’intricata partita degli Ets». Tutto italiano invece il problema della formazione, altra emergenza richiamata da Magnani, «con una particolare attenzione sull’intelligenza artificiale per i settori cruciali». D’altronde l’Ai a giudizio più o meno di tutti i presenti, può essere la chiave per recuperare produttività. Così come, altro tema richiamato più nel “fuori salone” che in assemblea, è stato il fatto che in Italia ci sia una gran massa di risparmio privato non messo in gioco come capitale di rischio.C’era tempo solo una mattina, ma all’assemblea tanti argomenti hanno brillato per la loro assenza. Non è partita per esempio la “carica degli emiliani”, il quartetto costituito dallo stesso Orsini, dal capo della Cgil, Maurizio Landini, da Maurizio Marchesini che è uno dei vice di Orsini, nonché da Mauro Lusetti, Ceo di Conad. Tutti emiliani, e tutti decisi a portare avanti una battaglia, quella contro i contratti pirata, che provocano dumping, affamano i lavoratori, si prestano all’evasione. Basta che una ventina di lavoratori di qualsiasi settore si mettano d’accordo per formare un sindacato che, ottenuto un (facile) via libera dal Cnel avrà da quel momento potere di contrattazione per chiunque lavori in quel settore o sotto-settore. Per questo si contano oltre 900 contratti collettivi nazionali di lavoro quando ne basterebbero una cinquantina. E i livelli di questi contratti sono spesso bassissimi. La battaglia è antica, solo che sembra che non ci sia mai il momento di affrontarla seriamente. Ne aveva fatto un cenno due giorni prima, domenica, la stessa presidente del Consiglio, in occasione del Festival del Lavoro, quando Meloni aveva dimostrato di conoscere il problema, ma di essere in grado di offrire soluzioni solo parziali. Dopo la consueta enunciazione di veri o presunti successi («l’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record») aveva toccato il punto cruciale: «Abbiamo scelto di rimettere al centro la contrattazione di qualità perché è lì che si tutelano davvero i diritti dei lavoratori settore per settore. Con il decreto lavoro abbiamo sancito un principio: solo chi applica il salario giusto cioè il trattamento economico complessivo stabilito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni più rappresentative può accedere agli incentivi pubblici per le assunzioni». Fin qui tutto bene, sarebbe anche l’occasione per risolvere la spinosissima questione del salario minimo, ma con un decisivo caveat: nulla di concreto è stato deciso per risolvere il problema. Eppure l’occasione era da “se non ora quando?” Ora la speranza è che anche questo problema rientri nel “tavolo” annunciato martedì all’Eur.