Difficile dire se gli imprenditori di Confindustria saranno veramente ascoltati, in Italia o in Europa. Difficile immaginare che a Palazzo Chigi, con questi chiari di luna, possa maturare il mix di forza politica e di risorse economiche per fare - come ha richiesto stamani dalla tribuna dell’Assemblea annuale il presidente Emanuele Orsini - una riforma costituzionale che riporti la responsabilità e la gestione dell’energia in capo allo Stato. O che si trovi la forza di tagliare dal bilancio dello Stato 20 miliardi di euro (presumibilmente senza penalizzare il mondo industriale e dell’economia) per redistribuirle in sostegni all’economia e in un rafforzamento della scuola e della sanità italiane. O che da domattina si cominci a costruire in qualche posto del nostro complicato e bellissimo Paese un reattore nucleare SMR, di cui ancora in pratica non esiste un prototipo funzionante.

Stesso discorso vale per l’Europa. Orsini invoca un’Europa forte, unita, “veramente federale”. Ma quante chances ci sono - realisticamente - di definire rapidamente una “cooperazione rafforzata” che superi l’unanimità nelle decisioni, specie se Giorgia Meloni non è d'accordo? Che speranze si possono nutrire in un sì della Germania e dei paesi “frugali” per un debito comune europeo? Quante volte la Commissione europea dovrà ripetere il suo “no” alla sospensione del sistema sulle emissioni ETS?