PADOVA - Niente patteggiamento di un anno e 9 mesi per il medico infettivologo dell’Azienda ospedaliera, accusato di avere palpeggiato quattro pazienti maschi durante le visite ambulatoriali in ospedale. Il Gup Laura Alcaro, ieri mattina, ha ritenuto la pena concordata tra l’imputato e l’accusa troppo blanda. La difesa, rappresentata dall’avvocato Davide Pessi, ha provato a portare il patteggiamento a due anni, ma il giudice non ha accettato rimandando il tutto al Gup Claudio Marassi il prossimo 17 di giugno. In quella occasione però il camice bianco potrà essere giudicato solo in rito abbreviato. In aula era presente anche l’avvocato Alberto Berardi per l’Azienda ospedaliera che al momento non si è costituita parte civile. Presente anche il legale Andrea Sanguin per una delle vittime. Il medico ha però risarcito i quattro pazienti con 5mila euro ciascuno.

Le indagini I racconti di tre vittime, tutti padovani di diversa età e che non si conoscono tra di loro (la quarta vittima si aggiungerà solo più tardi alle indagini) sono stati rimessi assieme prima della scorsa estate dal pubblico ministero Sergio Dini, titolare delle indagini, sul cui tavolo al quarto piano del palazzo di Giustizia era arrivata la denuncia dell’ultima vittima del medico. L’uomo aveva raccontato di essere entrato nell’ambulatorio che il dottore aveva in ospedale e che all’improvviso, senza un perché, il camice bianco gli aveva rivelato la propria omosessualità. La visita era poi proseguita con il professionista che aveva fatto spogliare il paziente e aveva iniziato a palpeggiarlo in maniera insistente nelle parti intime, ben oltre alle manovre mediche per accertare, o meno, l’infezione della quale il cittadino chiedeva conto. L’infettivologo si era fermato soltanto dopo che il paziente gli aveva detto di smetterla: uscito dall’ospedale, il padovano si era rivolto ai carabinieri e aveva denunciato quanto vissuto. Un racconto del tutto simile a quello fatto da altri due pazienti che, nel 2023, si erano rivolti al dipendente dell’Azienda ospedaliera per farsi curare malattie all’altezza del bacino. Il fatto che i tre racconti corressero sugli stessi binari e che le vittime non avessero mai avuto contatti tra loro, ha insospettito la procura che ha chiesto ai carabinieri del Nas – guidati dal capitano Massimo Andreozzi – di riannodare i fili della vicenda riascoltando anche le testimonianze dei due pazienti che nel 2023 avevano denunciato: è emerso che i loro racconti si sovrapponevano con precisione a quello dell’ultima vittima. Nel corso delle indagini s’è aggiunta una quarta vittima che dovrà essere sentita. L’indagine aveva quindi ricevuto un’accelerata. I militari del Nas avevano chiesto ad altri medici se le manovre effettuate dal cinquantenne infettivologo facessero in qualche modo parte di una prassi medica usata per evidenziare certe malattie ma nessuna delle pratiche descritte dalle vittime è risultata però avere una corrispondenza nella letteratura medica, portando gli inquirenti a dire che quelle messe in atto dall’infettivologo erano violenze. Il pm aveva così chiesto al Gip la firma della misura cautelare della sospensione dall’attività ospedaliera: di fronte al giudice il 50enne infettivologo aveva spiegato che si era trattato soltanto di incomprensioni.