Con la Seconda guerra mondiale accadde quello che era già avvenuto con la Prima: le donne entrarono massicciamente nel mondo del lavoro occupando i posti lasciati liberi dagli uomini mandati a combattere. Vennero impiegate nelle fabbriche, nelle scuole, nell’amministrazione pubblica, nei trasporti, nell’agricoltura e nei servizi. Ma la grande svolta arrivò l’8 settembre 1943, quando l’esercito, lasciato a sé stesso, fu allo sbando. A quel punto furono molte le donne a scendere in piazza contro la guerra con il motto “non si parte”, ma la conclusione del conflitto non era ancora vicina. Furono sempre le donne ad aiutare i soldati renitenti, a cui fornirono nascondigli, cibo e vestiti affinché non si facessero scoprire con la divisa ancora addosso.
La Resistenza rappresentò un momento di ribellione di massa, una sorta di risveglio delle coscienze che vide tante donne appartenenti a ogni strato sociale, di ogni idea politica e religiosa, prendere consapevolezza della necessità di ribellarsi al nazifascismo e di por fine al più tragico conflitto che sia toccato all’umanità. Alla guerra di Liberazione contro i nazifascisti parteciparono più di centomila donne, alcune combattenti, altre addette alla logistica, come le staffette. Tra le partigiane si calcola che circa 5000 vennero arrestate, torturate e condannate; 2750 furono deportate e 623 vennero fucilate o caddero in combattimento. A esse si aggiunse un gran numero di donne incarcerate o uccise per aver fiancheggiato i partigiani, nascondendoli o sfamandoli.















