SACILE - Ieri, 4 novembre, giornata dedicata alle Forze Armate e all'Unità nazionale, la parola guerra e i tanti risvolti che la compongono sono risuonate spesso nelle cerimonie organizzate nelle piazze italiane. Nonostante dei due conflitti mondiali si parli da decenni, con sorpresa emergono ancora, talvolta, storie destinate a lasciare un segno, inedite e profonde. Soprattutto di un coraggio che non è armato di moschetto e bomba a mano e che per questo vale anche di più.

Il coraggio disarmato di una donna che ha salvato una vita, forse anche più di una, rischiando la sua e agendo senza che alcun proclama patriottico glielo chiedesse. Anzi. Assunta Menegotto il suo gesto di coraggio l'ha compiuto quando tutto era allo sfascio. All'indomani dell'armistizio firmato l'8 settembre del 1943, l'esercito italiano in pratica non esisteva più. Esistevano e stentavano però i suoi soldati, lasciati alla deriva. Qualcuno si unì a ciò che restava del regime, altri alimentarono le schiere partigiane, ma la maggioranza viveva l'unico desiderio di tornarsene a casa. Tra loro, quattro siciliani che si trovarono a vagare per le campagne pordenonesi. «Più precisamente nella zona di Brugnera, dove abitavano i miei - racconta l'oggi 97enne Luigi Ragogna di San Giovanni di Livenza che ha finalmente deciso di rendere nota questa storia -. Ma prima serve fare un passo indietro. Mia mamma, Assunta Menegotto, classe 1888, e mio papà Pietro Ragogna, di 2 anni più vecchio, avevano trascorso un periodo in Svizzera, emigrati per trovar lavoro. Precisamente avevano vissuto nella parte tedesca dello stato elvetico». Particolare importante. «Quando ha visto questi ragazzi che non sapevano dove andare - e che sarebbero di sicuro finiti in bocca ai tedeschi - mia mamma ne dirottò tre in famiglie della zona ed uno se lo portò a casa».