Dalla prima legge per la 'tutela delle lavoratrici madri' alla riforma del diritto di famiglia, fino al Codice rosso. Dal loro primo ingresso in Parlamento, le donne hanno dovuto spesso fare fronte comune per portare a dama provvedimenti storici per l'emancipazione femminile. Battaglie per le quali le parlamentari hanno scavalcato gli steccati di partito e unito le forze, facendo fare al Paese sostanziali passi in avanti in molteplici direzioni, dai diritti sul lavoro al contrasto alla violenza di genere. Diversissime tra loro per età, cultura ed esperienze politiche, le prime elette seppero usare una voce comune nell'ambito dell'elaborazione della Carta. E andarono avanti così anche nell'attività legislativa.
Fu il lavoro di squadra della comunista Teresa Noce e della democristiana Maria Federici a portare alla prima riforma, nel 1950, sulla 'tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri'. Seguirà, otto anni dopo, la legge di Lina Merlin per contrastare lo sfruttamento della prostituzione. Su questo e tanto altro si focalizza il libro curato dalla fondazione Nilde Iotti, 'Le leggi delle donne che hanno cambiato l'Italia'. 'I campi di azione del riformismo femminile - spiega la presidente Livia Turco nell'introduzione - sono lavoro, welfare, famiglia, diritti sociali, salute, istituzioni, giustizia, immigrazione e cittadinanza'. Nel 1971 la prima donna ministro, Tina Anselmi, allargò notevolmente la categoria di lavoratrici protette in caso di maternità. Del 1975 è la riforma del diritto di famiglia che porta l'impronta di quattro parlamentari in particolare: Nilde Iotti, Giglia Tedesco, Franca Falcucci e Maria Eletta Martini. Si passa dalla potestà maritale agli stessi diritti e doveri per marito e moglie.









