Sulla mano ha ancora il sangue di Gianluca. Wilmer Ibarra urla più volte il nome del figlio, ucciso l’altra notte in un agguato sui binari della stazione Milano-Certosa, a un centinaio di metri da casa. «Con l’ultimo filo di voce mi diceva “Papi non farmi morire”». Lui, titolare di una piccola di ditta che allestisce stand fieristici, è circondato dai suoi dipendenti e dalla compagna, che tiene in braccio la loro bimba di appena due anni. «Quei bastardi me l’hanno ucciso», ripete con la voce rotta da un pianto carico di rabbia vicino a un bar fuori dallo scalo ferroviario. Quando ha saputo che i suoi figli erano stati aggrediti?«Immediatamente. Ero stato con loro fino a poco prima. Mi ero appena messo a dormire quando ho sentito le urla dalla mia camera da letto che dà proprio sul retro della stazione. Ho riconosciuto subito la voce dei miei figli. Erano andati lì per prendere il treno per tornare a Segrate, dove abitano con la madre».
Accoltellato a Milano, un addetto della stazione Certosa: "Qui la sera è pericolosissimo"
E quindi cosa ha fatto?«Sono uscito di corsa in strada e ho raggiunto la stazione. Gianluca era sui binari. I suoi aggressori scappavano da tutte le parti. Ho provato a rincorrerli. Due sono saliti su un treno, gli altri sono scappati a piedi. Non sono riuscito a prenderli e sono tornato da Gianluca». Suo figlio era cosciente?«L’ho stretto mentre arrivano i soccorsi. C’era sangue dappertutto. Lo hanno massacrato con dei cocci di bottiglia e una forbice. Luca mi ha detto “Papi, non farmi morire”. Io gli dicevo “sii forte Gianluca, sii forte”. Ma non ho fatto in tempo. Io ho seguito l’ambulanza in macchina fino all’ospedale. In obitorio non sono riuscito ad andare perché non ho avuto la forza di rivederlo. L’ultima immagine che voglio ricordare è di lui sorridente in casa mia. Ho ancora il suo sangue addosso (mostra la mano destra, ndr) e non voglio lavarlo via». Conosceva qualcuno del gruppo che ha ucciso suo figlio?«Ho riconosciuto il capo. È un salvadoregno che abita qua in zona e spesso vedo andare in giro in monopattino. Una volta aveva provato a rapinarmi la collana e un anello». Quando lo aveva visto l’ultima volta?«Proprio ieri sera (martedì, ndr). Gianluca e Gianfranco era venuti a trovarmi a casa. Mi sono trasferito qui da circa 6, 7 mesi. Abbiamo cenato poi siamo usciti a bere qualche altra birra al bar della stazione. Mentre tornavamo abbiamo incrociato 10 sudamericani, forse 15. Quello del Salvador ci ha detto “Siamo i Latin Kings (una banda criminale di latino-americani, ndr), siamo i re della zona”. Noi abbiamo preso il sottopasso per tornare a casa, ma loro hanno attraversato binari fino all’uscita della stazione».










