di
Pierpaolo Lio
Il racconto di Wilmer Ibarra: «Mentre attraversavano i binari Gianluca è caduto tre volte. Per due, suo fratello l’ha aiutato. La terza, non ce l’ha fatta. In ambulanza ripeteva: non voglio morire»
«Guardi. Guardi questa mano. È il sangue di mio figlio». Sul palmo sinistro, macchie rossastre. Gli occhi gonfi. Gli amici attorno a provare a rincuorarlo. Wilmer Ibarra è all’incrocio davanti casa, a neanche cento metri dalla stazione di Milano Certosa. E da quel binario «6» su cui uno dei suoi figli, Gianluca, 22 anni, è caduto, ed è stato sopraffatto dal gruppo, e ucciso. Il padre non si dà pace: «Ho sentito un urlo. Sono corso là, ma sono arrivato troppo tardi. Sono arrivato tardi».
Ma c’era stato qualche screzio prima con gli aggressori? «Con mio figlio? Ma era un pezzo di pane. Non ha mai fatto male a nessuno. Era un gran lavoratore. Eravamo appena tornati da Como, dal lavoro. Eravamo stanchi. Volevamo solo stare tranquilli».










