C’è una liturgia che si ripete puntuale ogni volta che il dibattito economico italiano tocca i nervi scoperti della competitività: qualcuno indica Bruxelles come il grande ostacolo, la burocrazia europea come il cappio che strangola imprese e crescita. Giorgia Meloni lo fa da anni, con la sicurezza di chi sa che la platea gradisce. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, si è accodato con convinzione. Peccato che la diagnosi sia sbagliata. Non parzialmente: completamente.
Il vero problema si chiama nazionalismo economico, non burocrazia europea
Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività europea, ha messo nero su bianco ciò che gli economisti seri ripetono da decenni: il freno principale alla produttività del continente non sono le regole di Bruxelles, ma i cosiddetti dazi interni – le normative nazionali che rendono straordinariamente difficile, per un’impresa, espandersi oltre i propri confini senza doversi confrontare con un sistema di regole radicalmente diverso a ogni frontiera. Un’azienda italiana che voglia aprire uno stabilimento in Polonia o offrire servizi in Spagna non si scontra con la burocrazia europea: si scontra con quella polacca e quella spagnola. Il mercato unico esiste sulla carta molto più che nella realtà.










