«L’Europa deve fare meno e meglio» ha ammonito Giorgia Meloni tre giorni fa all’Assemblea annuale di Confindustria. Agli occhi della Presidente gran parte della nostra mancata crescita è ascrivibile all’Europa definita «un gigante burocratico» che avrebbe sacrificato «la competitività e la crescita» in nome di «approcci ideologici e tecnocrati».
In altre parole, l’eccesso di burocrazia europea condurrebbe ad un deficit di competitività per le economie nazionali. Il messaggio non è nuovo. Già nel maggio del 2025, Meloni dal palco di un’altra all’assemblea di Confindustria - quella di Bologna – aveva accusato l’Europa di imporre vincoli burocratici inutili e costosi equivalenti a dei “dazi interni”. I numeri citati erano quelli di uno studio del Fondo Monetario internazionale (Fmi) secondo cui le barriere negli scambi commerciali tra Paesi europei corrispondono a tariffe del 44 per cento sulle merci e del 110 per cento sui servizi. Cifre enormi e - ovviamente - inverosimili.
Eppure, furono immediatamente rilanciate come un mantra da politici italiani di ogni area, senza che nessuno si fosse preso la briga di verificarle. Perché a guardare bene, nello studio richiamato di solido scientificamente, c’era ben poco. Peraltro, limitarsi a statistiche aggregate rischia di condurre a conclusioni fuorvianti: per avere un quadro completo servono quelle disaggregate. In questo senso è utile il rapporto Ocse intitolato «Product market regulation indicators» che misura il grado di competitività delle economie avanzate. L’Italia non ne esce bene: si colloca sempre sotto la media e, per esempio, sull’ingresso di nuove imprese nei servizi figura agli ultimi posti: Francia, Germania, Spagna e Portogallo ottengono risultati migliori. Se questi sono i risultati, è chiaramente sbagliato attribuire la colpa all’Europa. I cosiddetti “dazi”, dunque i prezzi maggiorati, esistono senz’altro, ma non arrivano da Bruxelles: sono il prodotto di scelte tutte italiane, come quella di non mettere a gara le concessioni balneari oppure di imporre il Golden power per impedire acquisizione tra imprese italiane. Di decisioni simili, nel nostro Paese se ne sono prese davvero molte. Ogni gruppo tende a difendere le proprie rendite e i vantaggi acquisiti. Del resto, siamo una Repubblica di Tribù. E, tendenzialmente, tutti gli esecutivi le hanno accontentate. Il risultato è un Paese sostanzialmente fermo mentre altre economie in Europa crescono. Non a caso, alcune. I dati parlano chiaro.











