Morto politicamente un Viktor Orbán, se ne fa (almeno) un altro. Per mesi i governi europei – primi fra tutti Roma e Berlino – si erano nascosti dietro al veto dell’Ungheria, pronta a dire no a ogni forma di sanzione nei confronti di Israele. Ora che a Budapest governa il più accomodante Peter Magyar, lo scudo per Tel Aviv può arrivare dalla Repubblica Ceca del presidente Andrej Babis, o dalla Bulgaria del neoeletto premier Rumen Radev, esponenti della galassia ultraconservatrice e populista che mantengono ottimi rapporti con Benjamin Netanyahu.

In ogni caso, non è a portata di mano l’unanimità richiesta per sanzionare il ministro per la sicurezza nazionale del governo israeliano Itamar Ben Gvir. Dopo le scene di violenze e umiliazione nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla da parte del politico estremista, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto all’Unione europea di sanzionare Ben Gvir. Ma una misura del genere richiede il sì unanime dei 27 governi Ue, un risultato oggi difficilissimo da raggiungere.

Il tema sarà comunque sul tavolo dei ministri degli Esteri che si incontrano oggi a Cipro per un Consiglio informale. Tuttavia, spiegano fonti diplomatiche europee, l’obiettivo è soprattutto quello di sondare le capitali in vista del Consiglio Esteri di giugno in Lussemburgo, dove l’opzione potrebbe effettivamente andare al voto. La proposta di sanzioni che include anche il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich esiste già. Teoricamente i governi potrebbero limitarsi ad approvare sanzioni individuali soltanto nei confronti di Ben Gvir, senza bisogno di una nuova iniziativa formale da parte della Commissione Ue o dell’Alta rappresentante Kaja Kallas. Ma al momento l’ipotesi di un via libera dei Ventisette resta improbabile.