Antonio Tajani ha proposto a Kaja Kallas, Alto Rappresentante per la politica Estera dell’Ue, di imporre sanzioni individuali al ministro della Sicurezza Ben-Gvir “per gli inaccettabili atti compiuti contro la Flotilla, prelevando gli attivisti in acque internazionali e sottoponendoli a vessazioni e umiliazioni, violando i più elementari diritti umani”, ha annunciato il capo della Farnesina su X il 21 maggio. Le misure riguarderebbero limitazioni ai movimenti bancari, beni congelati e il visto del leader ultranazionalista di Potere Ebraico perché, ha precisato Tajani, le violenza inflitte agli attivisti sono solo sua responsabilità e non dell’intero governo Netanyahu. La proposta sarà all’ordine del giorno del prossimo consiglio degli Affari Esteri Ue in Lussemburgo, il 15 giugno. Per approvarla servirà l’unanimità e la Repubblica Ceca si è già detta contraria. Ma sul tavolo a Bruxelles ci sono molte altre misure assai più incisive che l’Italia ha bloccato o contribuito ad arginare.

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Gli accordi commerciali

Con l’aggravarsi della crisi umanitaria a Gaza, la Commissione e diversi Stati tra cui Spagna, Irlanda (che hanno depositato la richiesta formale) e Slovenia hanno proposto di sospendere l’Accordo di Associazione Ue-Israele. L’intesa – uno dei pilastri delle relazioni economiche tra Bruxelles e Tel Aviv – azzera i dazi industriali, abbatte quelli agricoli, apre ad appalti, servizi e capitali e include la cooperazione in tema di energia, ambiente e sicurezza. L’Articolo 2 vincola il trattato al rispetto dei diritti umani come “elemento essenziale” e la sua violazione permette la sospensione unilaterale. Se attivato, il ripristino dei dazi sarebbe un problema per Tel Aviv perché ne colpirebbe l’economia in settori chiave come la chimica, la tecnologia e l’agricoltura.