Professore ordinario all’Università degli studi di Siena, filosofo ed esperto di scienze sociali, Davide Sparti aveva già esplorato tematiche apparentemente lontane dalla sua formazione e legate piuttosto a esperienze sensoriali, intime – dal jazz al tango. Il gusto esteso. I vini naturali tra territorio, singolarità e degustazione (DeriveApprodi, pp. 162, euro 15) intende il vino soprattutto alla stregua di una pratica discorsiva, di un prodotto culturale. Non lo riduce a un corollario di valutazioni e di criteri soltanto quantitativi, ma mette al centro l’affezione corporea che suscita. Un’area di ricerca che ha ragioni profonde e investe addirittura la sua adolescenza: una vacanza alla fine degli anni Settanta a Tellaro in Liguria e un pranzo nella villa di Mario Soldati. Ma molti sono i riferimenti teorici che spuntano qua e là all’interno del libro: da Pasolini a Pierre Bordieu, da Foucault a Wittengstein.

L’apertura nei confronti dei gusti, la diffidenza nei confronti dell’appiattimento estetico, della riproducibilità standardizzata del vino non sarebbero altro, allora, che metafore per parlare dell’espressività del vivente; e delle categorie di riferimento ideali a cui si tenta di ascriverlo, mortificando le sue potenzialità autentiche, differenziate, singolarissime. Modalità di approccio alla materia che il movimento naturale di produzione del vino, emerso prima in Francia e poi in Italia tra gli anni Ottanta e Novanta, ha portato allo scoperto mettendo in discussione una serie di operazioni in vigna e in cantina date fino ad allora per scontate: a partire dalla densità d’impianto o dalla fermentazione controllata tecnicamente.