Vendite di vino in calo, visite in cantina in crescita. Bastano questi due numeri, accostati, per capire che chi varca il cancello di un’azienda vitivinicola oggi non sempre lo fa per cercare un calice. Il Rapporto sul turismo enogastronomico italiano 2025, curato per il nono anno consecutivo da Roberta Garibaldi, presidente dell’Associazione italiana turismo enogastronomico, fotografa un mercato globale stimato in 11,5 miliardi di dollari, che secondo le proiezioni Grand View Research potrebbe superare i quaranta miliardi entro il 2030, con un tasso di crescita medio del 19,9 per cento annuo.

L’Italia parte da una reputazione solida: cibo e vino sono la prima associazione che i turisti stranieri fanno col Paese, con una media del quarantacinque per cento e picchi del cinquantacinque per cento fra svizzeri, austriaci e tedeschi. I soggiorni enogastronomici di stranieri sono cresciuti del centosettantasei per cento nell’ultimo decennio, fino a settecentosessantamila arrivi e trecentonovantasei milioni di euro di spesa nel 2024 (dati Enit).

Restringendo lo sguardo all’enoturismo, l’indagine che Garibaldi ha presentato al Vinitaly su un campione di duecento cantine racconta un fenomeno arrivato alla maturità economica: circa quindici milioni di visitatori in cantina l’anno, tre miliardi di euro di spesa complessiva, un ticket medio di trentanove euro. Per oltre la metà delle aziende intervistate l’enoturismo pesa fino al trenta per cento dei profitti, e in quasi una su cinque arriva al sessanta. Eppure proprio mentre il consumo di vino cala, l’enoturismo cresce. Il paradosso impone una domanda alle imprese: se chi sale tra i filari non è più solo il classico appassionato di vino, cosa gli si offre?