Il critico gastronomico e scrittore nel suo ultimo libro ribalta i luoghi comuni e abbandona punteggi e schede di degustazione per porsi una semplice domanda: “Saremo felici mai?”. Il vino diventa così il filo conduttore di una serie di scritti che intrecciano racconti, incontri e frammenti di quotidianità: perché il valore di una bottiglia dipende più dal momento e dalla compagnia che dal suo contenuto
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Angelo Peretti usa il vino per interrogarsi sulla felicità. E torna in libreria con un libro che prende le distanze dalla tradizionale letteratura sul vino. Il profumo del bicchiere mezzo pieno non propone classifiche, punteggi o schede di degustazione. Il vino diventa piuttosto uno strumento per osservare la realtà e interrogarsi su una domanda semplice quanto impegnativa: «Saremo felici mai?».Da questo interrogativo, ascoltato in una canzone della cantautrice Emma Nolde durante il Premio Tenco, prende avvio il percorso di Peretti, giornalista e critico enogastronomico da quasi quarant’anni. Rileggendo gli appunti raccolti nel corso della sua attività, l’autore riconosce un filo conduttore inatteso: dietro i vini degustati, i territori visitati e gli incontri fatti si nasconde una riflessione continua sulla felicità e sul modo in cui questa si manifesta nella vita quotidiana.Anche il titolo nasce da un’immagine che ribalta un luogo comune. Il bicchiere mezzo vuoto non rappresenta ciò che manca, ma lo spazio necessario perché il vino possa respirare ed esprimere i suoi aromi. Quindi un apparente difetto che diventa pregio. Una metafora che attraversa l’intero volume e diventa un invito a sottrarsi alla fretta, concedendo tempo alle esperienze e alle persone.Il libro è costruito come una raccolta di circa cento testi brevi e autonomi. Il vino resta sempre presente, ma non occupa mai il centro della scena. Le pagine intrecciano ricordi, incontri, musica, cinema, letteratura e frammenti di quotidianità: dai video di Geopop alle lezioni televisive di Alberto Manzi, da Wim Wenders a Leonard Cohen, da Alda Merini a Patti Smith, fino ai dribbling di Maradona e agli slogan letti sui cassoni degli Ape Piaggio.Accanto ai racconti compaiono quasi duecento vini provenienti da Paesi molto diversi, dall’Italia al Giappone, dalla Francia alla Bolivia, dal Cile al Messico. Non si tratta però di un catalogo di etichette. Ogni bottiglia è il punto di partenza per raccontare una persona o una storia: il vino nato da un progetto di cooperazione sociale, quello prodotto dalle monache trappiste di Vitorchiano, il Riesling con tappo a vite premiato dalla critica internazionale, fino al Tavernello in brick, rivendicato senza pregiudizi come compagno onesto di un pasto veloce.Ne emerge un racconto che invita a guardare il vino con uno sguardo meno tecnico e più umano, lontano dalla ricerca del punteggio perfetto. Peretti suggerisce che il valore di una bottiglia dipenda soprattutto dal contesto in cui viene condivisa e dalle persone con cui viene bevuta.







