In un momento in cui il vino sembra aver perso centralità nel racconto contemporaneo – stretto tra calo dei consumi, nuove sensibilità salutistiche e la concorrenza di bevande funzionali e performative – il libro di Francesco Sorelli arriva come un oggetto controcorrente. Si intitola “La Molecola della civiltà: il viaggio del vino tra storia, mito e bellezza” (edito da Davide Falletta) e non è un saggio tecnico, ma un racconto umanistico che rimette il vino al centro non come prodotto, bensì come esperienza culturale, emotiva e simbolica.
L'autore, che si occupa da almeno due decenni di comunicazione, management e cultura del vino, ha iniziato a scriverlo nel 2018, in un anno difficile della sua vita: «Mi sono sentito molto grato al vino», racconta, «perché mi aveva permesso di restare ancorato nei momenti più complicati». Scrivere diventa così una forma di attraversamento del dolore e, insieme, una ricerca – dichiaratamente vana e umana – della felicità.
Il punto di partenza è semplice e radicale: il vino non può essere ridotto a tannino, acidità, struttura. È, prima di tutto, un generatore di relazioni. Tavolate di legno, fiaschi condivisi, convivialità come gesto fondativo. Da qui prende forma un racconto che attraversa la storia dell’umanità, dall’Epopea di Gilgamesh alla Bibbia, dalla Grecia antica a Nietzsche, passando per Michelangelo, Baudelaire, Caravaggio e la cultura pop. Il vino, in tutte queste narrazioni, non è mai neutro: porta con sé una doppia anima, luminosa e oscura, esattamente come l’essere umano.








