L’accelerazione dei negoziati tra Stati Uniti e Iran sta mettendo in luce la capacità di mediazione del Pakistan. Un ruolo che sarebbe però stato impensabile senza una spinta da parte della Cina. Se due indizi fanno una prova, due coincidenze vanno sottolineate: la prima, gli spiragli di luce diplomatici che si stagliano all’orizzonte sono apparsi pochi giorni dopo la visita del presidente statunitense Donald Trump a Pechino; la seconda, di ritorno dall’Iran il generale pachistano Asim Munir ha fatto tappa in territorio cinese, dove si è unito al primo ministro di Islamabad Shehbaz Sharif in visita ufficiale nella Repubblica Popolare. Nelle ultime settimane le sale dei palazzi del potere del Dragone hanno visto sfilare vari leader e rappresentanti, su tutti spiccano Trump e il presidente russo Vladimir Putin, a dimostrazione che la Cina ha sempre più una proiezione globale e che viene presa come punto di riferimento geopolitico. Questo a varie latitudini.
Iran
La Cina ha dato una grande mano alla sopravvivenza del regime iraniano grazie al costante acquisto di petrolio, sotto sanzioni internazionali. Per il presidente cinese Xi Jinping è molto importante che a Teheran sieda un governo favorevole alla Repubblica Popolare e che lo Stretto di Hormuz venga riaperto. Così Pechino ha fatto fin da subito leva sull’alleato pachistano per cercare di avere voce in capitolo – in via indiretta – nel negoziato tra Iran e Stati Uniti. Il Dragone ha investito decine di miliardi di dollari in Pakistan in progetti infrastrutturali e durante la visita di Shehbaz Sharif nella capitale cinese, Xi ha parlato di un’amicizia “indistruttibile”. La capacità di pressione è quindi duplice: su Teheran, che deve necessariamente puntare su una delle poche relazioni solide su cui può contare, e su Islamabad, a cui fanno gola gli investimenti cinesi.










