Il segretario di stato americano Marco Rubio sembra non avere perso le speranze, e anche ieri al vertice dei ministri degli Esteri Nato a Helsingborg, in Svezia, ha ripetuto che qualche progresso con l’Iran c’è, sebbene ci sia “ancora molto lavoro da fare”. Ma Rubio ha ripetuto pure che gran parte di questo lavoro è nella responsabilità del Pakistan, che ha svolto un “lavoro ammirevole” in qualità di “interlocutore principale” nei negoziati con l’Iran. L’amico di tutti, il paese che nella sua storia diplomatica ha collezionato più ambiguità che alleanze solide, a quasi tre mesi dall’inizio della guerra non sa più come uscire dalla trappola in cui si è cacciato, fatta di comunicazioni confuse e scarsa fiducia reciproca.Ieri il capo delle Forze armate pachistane e primo ministro militare ombra, il potente feldmaresciallo Asim Munir, è arrivato a Teheran in una visita attesa e più volte rimandata. All’aeroporto è stato accolto dal ministro dell’Interno iraniano Eskandar Momeni e dal suo ministro dell’Interno, quello pachistano, Mohsin Naqvi, che negli ultimi giorni ha fatto avanti e indietro fra Teheran e Islamabad, sempre per seguire in prima persona lo scambio di messaggi e le proposte e le controproposte iraniane. I giornali pachistani più vicini alle Forze armate ieri mostravano la foto di Munir nella capitale iraniana e la consacrazione del ruolo del Pakistan come “principale interlocutore” nei colloqui America-Iran, come in una competizione tra negoziatori – secondo Reuters ieri è arrivata a Teheran anche una squadra negoziale del Qatar, in coordinamento con gli Stati Uniti. Il mese scorso era stato il presidente americano Donald Trump a ribadire che la Casa Bianca aveva deciso di prolungare il cessate il fuoco “su richiesta del feldmaresciallo Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif del Pakistan”, ma poi la cosiddetta shuttle diplomacy pachistana non aveva avuto la svolta sperata. Forse perché per essere davvero un attore convincente nella diplomazia della navetta di kissingeriana memoria, il mediatore è davvero un negoziatore.Secondo il quotidiano Dawn “Islamabad si muove in uno scenario sempre più difficile. Persistono i sospetti iraniani sui forti legami del Pakistan con Washington e con gli stati del Golfo, e il Pakistan guarda con preoccupazione al crescente avvicinamento tra Teheran e l’India. Nel frattempo, la crisi si sta allargando geograficamente”. Che gli iraniani si fidino poco dei pachistani e siano alla ricerca di un ombrello di protezione più ampio l’ha confermato ieri anche l’ex ministro degli Esteri e attuale ambasciatore iraniano nella Repubblica popolare cinese, Abdolreza Rahmani Fazli, che in un messaggio su X ha scritto: “La Cina è stata l’unica potenza che, nel mezzo di questa guerra, ha presentato un’iniziativa di pace, insieme al Pakistan. Inoltre, il presidente cinese ha proposto un’iniziativa in quattro punti per la pace e la stabilità nella regione del medio oriente, equilibrata e preziosa, che può costituire la base per una pace duratura nella regione”. Secondo diversi analisti, il commento di Fazli è un modo per ristabilire il principio secondo il quale, nella logica di Teheran, il Pakistan è solo un messaggero, mentre la potenza di pace è la Repubblica popolare.Non è un caso, quindi, che oggi il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif sia a Pechino. Ufficialmente si tratta di una visita di tre giorni per il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Pakistan e Cina, su cooperazione economica e progetti infrastrutturali, ma Sharif incontra il leader cinese Xi Jinping poco dopo le visite a Pechino di Donald Trump e del presidente russo Vladimir Putin. Qualche giorno fa il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva mandato un messaggio piuttosto assertivo al Pakistan, chiedendo di intensificare gli sforzi di mediazione e di contribuire ad affrontare “in modo adeguato” le questioni relative all’apertura dello Stretto di Hormuz. Secondo alcune indiscrezioni circolate ieri, Islamabad sta facendo un “forte affidamento sulla Cina” per favorire un possibile accordo finale tra Stati Uniti e Iran. Nel frattempo, Munir e Sharif cercano un modo per evitare che il collasso definitivo dei colloqui ricada sulla loro responsabilità.