Teheran, che fare? La domanda resta questa e sembra sempre più evidente che nessuno abbia davvero una risposta. Nemmeno tra i presidenti di guerra. Sono emersi i contenuti del colloquio telefonico «teso e prolungato» avvenuto tra Bibi e Trump due giorni fa: Netanyahu ritiene che la tregua sia un errore, spinge per il ritorno alla linea aggressiva, vuole attacchi immediati, convinto che ogni rinvio dei combattimenti favorirà Teheran.

È Trump adesso che vuole puntare sull'attesa, concedere silenzio prima di un possibile accordo. Perché il programma concordato con l'israeliano era in principio un altro: Trump avrebbe dovuto lanciare qualche giorno fa Sledgehammer – l’operazione martello, seguito della prima Epic Fury – ma martedì scorso, sotto pressione degli alleati qatarini, sauditi ed emiratini, ha poi deciso di sospendere gli attacchi, mentre il Golfo rimaneva in contatto con Casa Bianca e Pakistan nel tentativo di far procedere i colloqui per trovare un accordo.

Xi e Putin riempiono il vuoto di Trump. «No alla legge della giungla»

Un accordo che, prima o poi dovrà arrivare e che forse (molto certamente) potrebbe avvicinarsi dopo la visita del premier pakistano, Shehbaz Sharif, atteso domani in Cina per una missione di due giorni. Islamabad, la grande mediatrice di questo ultimo conflitto americano nel Golfo, ha già incassato sostegno e placet del Dragone: «La Cina sostiene la mediazione equa ed equilibrata condotta dal Pakistan per promuovere la pace e porre fine alla guerra». Parola di Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri di Xi (che ha appena stretto la mano di Trump, e poi Putin). Insieme a Sharif, ci sarà il ministro degli Esteri e vicepremier, Ishaq Dar, che negli ultimi mesi è salito e sceso dai jet facendo spola diplomatica tra Teheran, Mosca, e monarchie del Golfo.