La bomba nel cuore della città d’arte, 33 anni dopo: il ricordo alle 1,04. E oggi altra udienza del processo in cui si ipotizza il "patto" Berlusconi-Cosa nostra. .di Stefano BrogioniFIRENZEIn aula nel giorno del ricordo. Con le stragi del 1993 e i presunti mandanti nell’imputazione. E’ un processo atipico, quello che si sta celebrando a Firenze a carico di Salvatore Baiardo e che, destino del calendario, va in scena pure oggi, 33 anni e qualche ora dopo l’esplosione della bomba che sterminò la famiglia Nencioni (Fabrizio e Angela e le due figlie, Nadia di 9 anni e Caterina di 50 giorni) e uccise lo studente Dario Capolicchio. Atipico perché sul banco degli imputati c’è ufficialmente soltanto lui, il gelataio di Omegna, il fiancheggiatore dei Graviano, già condannato per l’aiuto fornito alla latitanza del boss di Cosa nostra soprannominato madre natura che, all’inizio degli anni ’90 avrebbe avuto un porto sicuro, grazie anche a Baiardo, sul lago d’Orta.
Ma in concreto, ogni mercoledì a Firenze, si processano anche i presunti mandanti delle stragi che dalle affermazioni di Baiardo (tra cui la clamorosa ’profezia’ dell’arresto di Matteo Messina Denaro, riferita in un’intervista a Massimo Giletti andata in onda a ’Non è l’Arena’ nel novembre del 2022, arresto effettivamente avvenuto il 16 gennaio successivo), avrebbero tratto beneficio e garanzia d’impunità: Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Sul lago d’Orta sarebbe stata scattata una foto, che ritrae tre persone. Baiardo avrebbe tirato fuori quella vecchia polaroid dal taschino, a sera, a un tavolino di un bar non troppo illuminato, e Giletti, ci riconobbe un giovane Silvio Berlusconi e pure il generale dei carabinieri Delfino. Il terzo era un “ragazzo“ che non aveva mai visto, ha detto in aula sette giorni fa: Baiardo dopo aver rimesso la foto dentro la giacca, gli disse che si trattava di Graviano, ha aggiunto al collegio presieduto dalla dottoressa Anna Favi. Al processo in corso per calunnia, si arriva perché Giletti ha riferito della foto all’autorità giudiziaria; ma all’autorità giudiziaria Baiardo disse che non era andata così. Un altro pezzo di calunnia, il gelataio-profeta l’avrebbe commessa accusando l’ex sindaco del paese di Cesara, Gian Carlo Ricca, pur sapendolo innocente, di aver custodito due miliardi di Graviano e di aver riciclato soldi del mandamento di Brancaccio.














