A trentaquattro anni dalla strage di Capaci, il dolore collettivo del paese non si è mai davvero attenuato. Il ricordo di quel 23 maggio 1992 continua a rappresentare una ferita aperta nella coscienza democratica italiana. Con Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, venne colpito il cuore stesso dello stato. Poche settimane più tardi, la mafia avrebbe assassinato anche Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta nell’attentato di via D’Amelio.Non furono soltanto due efferati delitti mafiosi. Quelle stragi segnarono uno spartiacque nella storia repubblicana, perché resero evidente quanto profonda fosse la sfida lanciata dalla criminalità organizzata alle istituzioni democratiche e alla convivenza civile. Falcone e Borsellino avevano compreso prima di altri che le mafie non fossero semplicemente organizzazioni criminali, ma sistemi di potere capaci di intrecciarsi con l’economia, con la politica, con pezzi deviati dello stato e con vaste aree dell’illegalità diffusa.In quei giorni drammatici il paese reagì. E fu significativo che tra le prime risposte collettive vi fosse quella del mondo del lavoro. La grande manifestazione sindacale unitaria del giugno 1992 a Palermo, con centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori arrivati da tutta Italia, rappresentò un momento decisivo di mobilitazione democratica e civile. Non fu soltanto una protesta contro la mafia: fu l’affermazione di un’idea diversa di paese, fondata sulla legalità, sulla dignità del lavoro, sulla giustizia sociale e sullo sviluppo del Mezzogiorno.Oggi saremo ancora a Palermo insieme alla Fondazione Falcone per rinnovare questo impegno civile e democratico, nella convinzione che la memoria debba tradursi ogni giorno in responsabilità, partecipazione e azione concreta. Da allora molto è stato fatto. Lo stato ha saputo colpire duramente le organizzazioni mafiose, assicurando alla giustizia boss rimasti latitanti per anni. E’ cresciuta nella società italiana una più forte consapevolezza culturale del fenomeno mafioso. Ma restano ancora troppe ombre, troppi interrogativi irrisolti, troppe verità incomplete sulle stagioni delle stragi. E soprattutto permane una presenza criminale ramificata e mutevole, capace di infiltrarsi nell’economia legale, nei territori più fragili, nel lavoro povero e precario, nelle imprese in difficoltà.Le mafie cambiano volto, ma non natura. Continuano a prosperare dove arretrano i diritti, dove cresce la solitudine sociale, dove il lavoro perde dignità, sicurezza e prospettiva. Per questa ragione la lotta alla criminalità organizzata non può essere affidata soltanto all’azione repressiva, pur indispensabile, della magistratura e delle forze dell’ordine. Deve diventare una grande responsabilità collettiva. E’ qui che il sindacato può e deve svolgere una funzione decisiva. Un’organizzazione radicata nei luoghi di lavoro e nelle comunità rappresenta un presidio concreto di legalità, contrastando sfruttamento, caporalato, lavoro nero e ricatti sociali. Legalità e coesione sociale camminano insieme. Dove ci sono occupazione stabile e sicura, salari dignitosi, servizi pubblici efficienti, istruzione e opportunità, le mafie trovano meno spazio per esercitare il proprio potere.Ma oggi c’è un terreno ulteriore su cui si gioca la sfida alla penetrazione criminale nell’economia: quello della partecipazione. Le organizzazioni mafiose tendono a infiltrarsi soprattutto nelle aziende più fragili, nelle crisi industriali, nei contesti produttivi segnati dall’assenza di trasparenza, dal ricatto occupazionale e dalla marginalizzazione del lavoro. Per questo rafforzare la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori significa anche costruire un argine democratico contro l’illegalità economica. La partecipazione alla governance, all’organizzazione del lavoro, alle scelte strategiche e persino ai risultati finanziari dell’impresa può diventare un potente fattore di trasparenza, responsabilità e controllo sociale. Dove i lavoratori sono informati, coinvolti e protagonisti, è più difficile che attecchiscano opacità, sfruttamento e interessi criminali. La partecipazione non è soltanto uno strumento di democrazia economica: è anche un presidio di legalità e di coesione.Per questo la legge sulla partecipazione promossa dalla Cisl rappresenta non soltanto una riforma del lavoro, ma una scelta che rafforza la qualità democratica del nostro sistema produttivo. Più partecipazione significa più responsabilità condivisa, più stabilità sociale, più capacità di difendere le imprese sane e il lavoro buono. Serve allora un grande “patto” tra istituzioni, forze sociali, imprese sane e cittadini. Una vera alleanza della responsabilità che metta al centro il lavoro, la tutela dei salari e delle pensioni, gli investimenti, la crescita del sud, il rafforzamento infrastrutturale e ambientale del paese, la difesa delle aree più fragili e il pieno utilizzo delle opportunità legate alla fase conclusiva del Pnrr. E’ così che si può fermare anche la fuga dei giovani e restituire fiducia ai territori più esposti.La coesione sociale non è uno slogan: è la più forte politica antimafia possibile. Il sacrificio di Falcone e Borsellino continua a parlarci proprio di questo. Ci ricorda che la democrazia non si difende soltanto nelle aule giudiziarie, ma anche costruendo una società più giusta, meno diseguale, più libera dal bisogno e dalla paura. E’ una responsabilità che riguarda tutti: politica, istituzioni, corpi intermedi, mondo del lavoro. Oggi, al tempo delle nuove fragilità economiche e sociali, quella lezione è più attuale che mai. E chiede a ciascuno di noi non commemorazioni rituali, ma impegno concreto, quotidiano e condiviso.Daniela Fumarola segretaria generale Cisl