«Vidi all’improvviso pezzi di autostrada che volavano e non riuscivo a capire cosa stesse accadendo». Sono alcune delle parole, spezzate dall'adrenalina e destinate a rimanere scolpite nella storia, da Gaspare Cervello, caposcorta del giudice Giovanni Falcone e uno dei sopravvissuti alla strage di Capaci. Proprio questa drammatica testimonianza e il dovere morale del ricordo, a distanza di 34 anni da quei tragici eventi del 23 maggio 1992, è stato il fulcro del l'emozionante convegno "Semi di Memoria, Frutti di Legalità: il ricordo del Reparto Scorte di Palermo ai giovani di oggi".L'iniziativa, promossa dal Polo Liceale "L. Siciliani - G. De Nobili" di Catanzaro, in sinergia con l'Associazione culturale "La voce della legalità" e la giunta sezionale dell' Associazione Nazionale Magistrati, si è tenuta questa mattina, 23 maggio 2026, a partire dalle ore 9:30, nella suggestiva ed evocativa cornice del Chiostro della Procura della Repubblica di Catanzaro. Un evento voluto per trasmettere alle nuove generazioni il valore del sacrificio di chi ha difeso lo Stato a costo della propria vita.Il drammatico racconto del caposcorta di Falcone

«La nostra macchina – ha proseguito Cervello - fu comunque colpita dall’onda d’urto e iniziarono a caderci addosso calcinacci, pezzi di asfalto. Io uscii dall’auto per primo e mi precipitai verso l’auto di Falcone che era nella voragine. Non mi venne di chiamarlo dottore come facevo sempre, pronunciai due volte il suo nome: “Giovanni, Giovanni”. Lui si voltò e mi guardò con uno sguardo spento, come se mi volesse dire che anche per lui era arrivata la fine, ma non riuscì a dirmi niente».Poi lo shock: «Cominciarono ad arrivare altre persone e io accanto all’auto di Falcone urlavo a chiunque di allontanarsi perché non li conoscevo, non sapevo chi fossero. Alcuni dicevano che erano della Squadra Mobile ma io con la pistola puntata risposi che se non veniva qualcuno in divisa che conoscevo, non avrei abbassato l’arma. Poi arrivò un collega che conoscevo. Solo allora abbassai l’arma e mi allontanai».L'impegno quotidiano dei magistrati