A 34 anni dalla strage di Capaci, la testimonianza inedita di Gaspare Cervello, gli ultimi istanti di Falcone, il caos dopo l’esplosione e il dolore mai spento
«Mi venne spontaneo, per la prima volta nella mia vita, chiamarlo per nome, Giovanni. Lui mi guardava ma non parlava. Aveva lo sguardo incredulo, rassegnato». Trentaquattro anni di silenzio, di dolore mai sopito. Gaspare Cervello, il vero caposcorta del dispositivo di sicurezza che il 23 maggio del 1992 era con il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo sull’autostrada della morte, ritorna con i suoi ricordi ancora vivi, sporchi del sangue versato e della paura di morire da un momento all’altro, che non lo hanno mai più abbandonato.
STRAGE DI CAPACI, IL RACCONTO DEL CAPOSCORTA CERVELLO
Nel corteo di auto che percorrevano la A 29 in località “Isola delle Femmine”, lui era nella terza Croma insieme ad Angelo Corbo e Paolo Capuzza. Controllava costantemente nello specchietto retrovisore se c’era qualche auto sospetta che li seguiva e un attimo dopo, il suo giudice davanti, nella macchina al centro Falcone quel pomeriggio aveva voluto mettersi alla guida dell’auto e aveva chiesto al suo autista Giuseppe Costanza di salire dietro. Accanto a lui la moglie Francesca Morvillo.










