Si apre oggi, nel trentaquattresimo anniversario della strage di Capaci, il consueto rito del cordoglio istituzionale, non di rado segnato da ipocrisia e formalismo, che alcuni hanno efficacemente definito “industria del cordoglio popolare” e altri “celebrazione dei sepolcri imbiancati, belli all’esterno ma pieni, all’interno, di ossa di morti e di ogni putridume”.
Questo mio incipit, volutamente netto, nasce dal persistente uso strumentale che da troppo tempo si fa dei “santini di Giovanni e Paolo”, evocati di volta in volta secondo le convenienze delle diverse fazioni in campo.
È noto a tutti come il pensiero di Giovanni Falcone sulla necessaria specializzazione del pubblico ministero nel nuovo rito accusatorio sia stato piegato alle esigenze dei fautori del “sì” nel referendum sulla giustizia, così come, non di rado, il metodo e le analisi del Nostro siano stati richiamati in modo improprio, al pari del suo alto profilo politico-istituzionale.
Ma ciò che, in tempi recenti, desta maggiore sconcerto è la rimessa in discussione del movente delle stragi del 1992 e del 1993, laddove è stato accertato in sede giudiziaria, con sentenze irrevocabili e in termini inequivoci, che i due eroi dell’antimafia furono uccisi in quanto artefici delle definitive condanne pronunciate all’esito del maxiprocesso e, quanto a Borsellino, anche perché ritenuto, dopo la morte di Falcone, il più pericoloso nemico di Cosa Nostra.










