La notte della camera ardente al tribunale di Palermo, mentre la città era ancora paralizzata dall’esplosione sull’autostrada di Capaci, don Cesare Rattoballi capì che il dolore da solo non sarebbe bastato. Da poche ore, il 23 maggio 1992 era diventata una data destinata a segnare la storia del nostro Paese. Rattoballi pensò che fosse necessario trovare parole capaci di attraversare quella strage, rompere il silenzio e la paura che da anni accompagnavano il sangue sparso dalla mafia in Sicilia.

A trentaquattro anni dalla strage di Capaci, il sacerdote palermitano torna su quelle ore che cambiarono tutto in Italia e anche la sua vita. Perché al fianco degli agenti della scorta Antonio Montinaro e Rocco Dicillo uccisi insieme al giudice Giovanni Falcone e alla magistrata Francesca Morvillo, c’era anche suo cugino, Vito Schifani.

«Mi trovavo a Piana degli Albanesi per un convegno regionale degli scout», racconta don Rattoballi, 78 anni, tra le voci, insieme ad Alba Terrasi e Giuseppe Costanza, del nuovo episodio della docuserie I ragazzi delle Scorte che sarà trasmessa su Rai 3 il 22 maggio, in seconda serata e il 23 maggio alle 17.

«Abbiamo appreso la notizia della strage ma non si conoscevano ancora i nomi degli agenti di scorta». La mattina successiva, il 24 maggio, quando il parroco Rattoballi rientra in parrocchia per celebrare la messa, qualcuno lo ferma prima dell’inizio della funzione. «Mi dissero: “Ti devi sedere”. Chiesi perché e mi dissero che Rosaria Costa mi aveva cercato per dirmi che il nostro Vito era morto a Capaci».