L’annosa profezia che vuole luglio come il più crudele dei mesi per la Rai non si è (per ora) autoverificata. Ma chissà. Fatto sta che ieri la prevista audizione del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti in seno all’Ottava Commissione, in Senato, è stata posticipata al 10 giugno, su richiesta dei capigruppo della stessa maggioranza. Motivazione: il voler attendere il parere della Commissione Bilancio sulla riforma Rai. Lettura dell’opposizione, con unisono del capogruppo dem in Commissione di Vigilanza Stefano Graziano e del capogruppo Avs e presidente del Gruppo Misto Peppe De Cristofaro: non vogliono fare nessuna riforma, al governo va bene Telemeloni. Che cosa dovesse dire Giorgetti in Commissione si sa, e ha a che fare con l’antefatto che regge realtà e supposizioni: il Mef ha ricevuto dalla Ue rassicurazione sull’attuale legge (fatta a suo tempo da Matteo Renzi) e sul sistema di governance Rai: l’attuale legge è conforme al Media Freedom Act europeo, anche se va adeguata (e comunque il governo può avere due membri nel cda). La riforma Rai potrebbe a questo punto essere favorita, visto che, per la Ue, il problema riguarda il sistema di voto per la presidenza, quello che impone la maggioranza dei due terzi. E qui abbiamo il secondo antefatto.Nell’attuale assetto, con Giampaolo Rossi ad, da oltre due anni c’è una presidente indicata (e voluta da Forza Italia): Simona Agnes. Indicata ma mai confermata dal voto della Commissione di Vigilanza presieduta dalla Cinque Stelle Barbara Floridia (che ieri, guarda caso, presentava un libro proprio sulla Rai con l’ex premier Giuseppe Conte). In Vigilanza, infatti, da un anno e mezzo, visto il mancato accordo con l’opposizione sul nome di Agnes, la maggioranza fa mancare il numero legale (da cui lo sciopero della fame e della sete del vicepresidente della Camera e deputato di Italia Viva Roberto Giachetti, fino alla convocazione di oggi – ma a tema Teatro delle Vittorie). E insomma: la riforma si può fare, ma chi la voglia fare non è così chiaro. O almeno: i livelli di detto e non detto si intersecano in modo indissolubile nei pressi di Viale Mazzini. Tanto che circolano varie versioni degli stessi fatti e prospettive. Versione numero uno, quella in chiaro dell’opposizione: Meloni non vuole la riforma, vuole lasciare tutto com’è. Versione a specchio, ma sottesa trasversalmente a una parte dell’opposizione e della maggioranza: Meloni vuole fare la riforma, già incardinata, e andrà dritta alle modifiche possibili (cda di sette membri nominato per cinque anni invece di tre, ad non designato dal Mef ma scelto dai consiglieri e presidente eletto a maggioranza semplice). Se dovesse passare entro l’estate al Senato e arrivare alla Camera in settembre, la legge, ove approvata, andrebbe subito in vigore e avrebbe come effetto la decadenza dell’attuale cda. Versione numero tre: la Lega vuole assolutamente lo status quo (e intanto, con lo stallo, il presidente facente funzione è il leghista Antonio Marano).Dal Pd Graziano ribadisce: “Non faranno nulla, l’obiettivo è occupare la Rai”. Da Viale Mazzini – e dal Parlamento, sempre sottotraccia – si dà la legge per già fatta, tanto che (sempre trasversalmente) corre veloce il totonomi. E anche qui gli schemi si accavallano. Primo schema: Elly Schlein non scende a compromesso su niente e su nessuno, neanche sui nomi potenzialmente graditi, ma la maggioranza, senza obbligo dei due terzi, a quel punto fa tutto da sola, puntando su una sorta di girandola: l’ad Giampaolo Rossi va a Rai Cinema (con delega anche sulla Fiction), e l’attuale ad di Rai Cinema Paolo Del Brocco diventa ad della Rai. E la presidenza? Anche in ossequio all’alternanza di genere, emerge il profilo di Luisa Todini. Secondo schema: Meloni, anche senza più bisogno dei due terzi, fa il beau geste e coinvolge l’opposizione, puntando per la presidenza su nomi di alto profilo e grande esperienza Rai (Giovanni Minoli o Antonio Di Bella o, guardando oltre il fatto che al momento diriga felicemente Repubblica, Mario Orfeo). Terzo scenario: Meloni non fa la legge, ma cambia in corsa l’ad. E qui si arriva, nel centrodestra, a un attorcigliarsi di ipotesi reali e fantapolitiche: al posto di Rossi, si mormora, potrebbe arrivare addirittura il direttore del Tg1 Gianmarco Chiocci. Ma in mezzo c’è il luglio crudele, chissà.
Rai o non Rai? La riforma aleggia, Giorgetti slitta. Chissà
Per la Ue la legge attuale è conforme al Media Freedom Act. Va soltanto adeguata. Ieri però l'audizione del ministro dell'Economia è slittata. Se la nuova legge, già incardinata, dovesse passare dopo l'estate, l'attuale cda cadrebbe, con sblocco dello stallo sul presidente











