Il governo attuale ha due esigenze chiarissime: fare una riforma elettorale maggioritaria per imporre il premierato e controllare i media con il punto di vista delle destre (l’estetica della paura) inculcato nell’immaginario di una società in gran parte legata ancora al video generalista. La televisione rimane la Regina della dieta quotidiana, costituita tanto dalle generazioni anziane quanto da quelle giovani abituate a seguire i programmi con altri mezzi trasmissivi, dai tablet ai cellulari. Ma il clima di opinione si forma così, con il ping pong con la rete dove si colgono le tendenze profonde.
Da qui al prossimo voto politico si pone il problema urgentissimo di aggiornare la vecchia (benemerita) legge del 2000 sulla par condicio, introducendo norme cogenti sui social, al momento vincolate solo a indirizzi dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni scarsamente applicati. Tuttavia, qui e ora c’è uno spettro che si aggira tra di noi: la controfigura del fu servizio pubblico. Oggi la Rai è sotto l’egida politica – con pochissime eccezioni – di un potere esecutivo che non tollera bilanciamenti e controlli.
Per forzare la mano, ottenendo l’abnorme legge elettorale desiderata, TeleMeloni ha da essere la banalità del male. Guai a concedere forme di pluralismo indigeribile per il sovranismo autoritario dell’attuale compagine di Palazzo Chigi. La Rai, impoverita nelle linee industriali, nelle strategie editoriali e nella stessa ricchezza immobiliare rischia di diventare una bad company, da spremere per poi – viene il sospetto – svenderla. Nel 2027 scadrà la Convenzione con lo Stato e chissà che si stia pensando a uno spezzatino regionale o a una messa all’incanto dell’azienda. In genere, le privatizzazioni iniziano proprio con la perdita del valore complessivo dell’impresa a cominciare dall’autorevolezza di quest’ultima via via decaduta.









