All’assemblea di Confindustria si è discusso di questioni cruciali per l’industria, come l’energia e il mercato dei capitali e una politica industriale comune, da risolvere a livello europeo. Perché l’Europa è sia il nostro destino sia il nostro presente. Ci sono però problemi fondamentali per l’Italia e per la sua industria che vanno affrontati a livello nazionale, ma che la classe dirigente ha rimosso come fanno certi pazienti davanti a un brutto male, evitando persino di nominarlo. Questo male si chiama Ilva, il più grande polo siderurgico d’Europa avvitatosi in una crisi politico-giudiziaria-industriale da 13 anni che lo sta conducendo alla morte. L’Ilva non è stata nominata dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini e neppure dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Eppure la questione è tanto urgente quanto drammatica. La produzione ha raggiunto il minimo storico, meno di 2 milioni di tonnellate, l’azienda perde 50 milioni di euro al mese (ripianati dallo stato) e la cassa integrazione è aumentata. Il governo ha concesso un altro prestito ponte da 100 milioni di euro per non chiudere lo stabilimento e dare tempo per trovare un compratore. Ma il rischio concreto è che si tratti di un ponte verso il nulla, visto che i pretendenti – da quelli più seri a quelli meno seri – scappano tutti.Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, aveva promesso che la cessione si sarebbe conclusa entro il mese d’aprile: “La trattativa è giunta a una fase decisiva, superando tanti ostacoli. Malgrado questo siamo in dirittura d’arrivo”, aveva detto alla Camera il 1° aprile. Non si è trattato di un Pesce d’aprile, nel senso che il ministro aveva fatto una promessa analoga il mese precedente, dicendo a inizio marzo che i commissari avrebbero finalizzato la vendita “entro tre settimane”. Ormai è passato pure maggio. La gara di Urso dura da un paio d’anni e sembra ormai una sorta di tela di Penelope, anche se ha l’obiettivo opposto: se lo scopo della strategia della moglie di Ulisse era evitare di scegliere un pretendente, quella del ministro sembra fingere che ce ne sia qualcuno. Prima c’erano gli azeri di Baku Steel, che si sono ritirati per la questione della (mancata) nave rigassificatrice. Allora sono stati ripescati gli americani di Bedrock (che nel frattempo sono spariti) e gli indiani di Jindal Steel, che però propongono una mini Ilva. Nel frattempo si è fatto avanti il fondo americano Flacks Group, che non ha esperienza industriale e neppure soldi (li vorrebbe in prestito dal governo). E così, prima che anche questi potenziali compratori si dileguino, Urso ha già detto poche settimane fa che ci sono “altri soggetti interessati”. Così la gara infinita può continuare.Ma per capire quale sarà il futuro dell’Ilva nella visione del governo Meloni basta leggere il Libro bianco del Mimit “Made in Italy 2030”, il mastodontico piano quinquennale voluto da Urso in cui è descritto il futuro della manifattura italiana. Si tratta di un’opera di 324 pagine, frutto del lavoro di vari anni, con un livello di dettaglio e pianificazione da fare invidia al Gosplan sovietico. Lì è teorizzato il ruolo dello “Stato stratega”, che ispira la politica industriale del ministro, ovvero “un modello pragmatico di coordinamento, indirizzo e supporto declinato all’interno dei diversi ecosistemi industriali di filiera, basato sull’identificazione di settori e priorità strategiche”. Sempre lì, con orizzonte 2030, sono indicate le “cinque visioni” che definiscono i grandi princìpi da cui muovere, che a loro volta ispirano i “dieci obiettivi” da raggiungere su cui “costruire la politica industriale del Ventunesimo secolo” che, a sua volta, si concretizza in “undici azioni per la crescita”. A confronto Deng Xiaoping, con le sue “quattro modernizzazioni” era un tipo un po’ superficiale.Il Piano Made in Italy 2030 per rilanciare la manifattura è talmente minuzioso che c’è persino una sezione dedicata ai francobolli, che sono uno “strumento di promozione della cultura d’impresa e della creatività italiana”, pertanto il Mimit attraverso l’emissione filatelica “non solo rende omaggio alle competenze e alla creatività delle imprese italiane, ma contribuisce anche a diffondere la memoria collettiva e a rafforzare il senso di appartenenza culturale, stimolando nelle nuove generazioni l’orgoglio e l’ispirazione per il patrimonio industriale nazionale”.Nulla è lasciato al caso nella politica industriale di Urso, neppure un francobollo. Pertanto non è un caso che nelle 324 pagine del suo piano quinquennale parasovietico non compaia la parola “Ilva”: la parola “Taranto” c’è in una nota a proposito del “Tecnopolo Mediterraneo per lo Sviluppo Sostenibile”. Semplicemente, per il governo Meloni, nell’Italia del 2030 il polo siderurgico dell’Ilva non ci sarà più. Al massimo lo troveremo su un francobollo.